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sabato 24 gennaio 2009
domenica 18 gennaio 2009
Cambiare si può
Quella di oggi, diciamocelo con orgoglio, è la prima grande manifestazione di massa del riformismo italiano, finalmente unito. E lo è perché il Partito Democratico è il più grande partito riformista che la storia d’Italia abbia mai conosciuto.
Un italiano su tre si riconosce, crede nel disegno di un riformismo moderno. E’ un fatto inedito nella lunga vicenda nazionale. E oggi, in questo luogo splendido e immenso, siamo qui, in tanti, perché vogliamo bene all’Italia, perché amiamo il nostro Paese.
Con lo stesso amore, il 14 ottobre di un anno fa, il Partito Democratico nasceva da un grande evento di popolo.
L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa in questo momento. Migliore della destra che nel tempo recente lo ha già governato, anche se qualcuno troppo spesso finge di dimenticarlo, per sette lunghi e improduttivi anni.
L’Italia è un grande Paese democratico, è un Paese che ama la democrazia.
Perché l’Italia non dimentica, non potrà mai dimenticare quanti hanno sofferto, quanti hanno dato la vita per la sua libertà.
Lunedì scorso ci ha lasciati un grande amico, un padre della Repubblica, un maestro di vita per tutti noi. Aveva venticinque anni, Vittorio Foa, quando fu condannato e messo in galera: perché era antifascista, perché pensava diversamente da chi era al potere.
E per chi crede che fino ad un certo punto ci sia stato un fascismo in fondo non troppo cattivo, va ricordato che era il 1935. Non era ancora arrivata la vergogna delle leggi razziali. Ma il regime aveva già fatto in tempo a sopprimere la libertà di stampa e quella di associazione, a chiudere partiti e sindacati, a calpestare il Parlamento e a incarcerare, mandare in esilio o uccidere chi non si piegava alla dittatura: Don Minzoni, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti. E due anni dopo la stessa sorte sarebbe stara di Carlo e Nello Rosselli e di Antonio Gramsci.
L’Italia, signor Presidente del Consiglio, è un Paese antifascista.
A chi le chiedeva se anche lei potesse definirsi così, «antifascista», lei ha risposto con fastidio che non ha tempo da perdere, che ha cose più importanti di cui occuparsi, rispetto all’antifascismo e alla Resistenza.
Il presidente Sarkozy non avrebbe risposto così, non avrebbe detto questo della Resistenza animata dal generale De Gaulle, non avrebbe messo in dubbio che ogni francese è figlio orgoglioso della Parigi liberata dai nazisti.
E né Barack Obama, né John McCain risponderebbero con un’alzata di spalle ad una domanda sulla decisione del presidente Roosevelt di mandare a combattere e a morire migliaia di ragazzi americani. Quei ragazzi americani che sono morti per noi, per restituirci la libertà e la democrazia.
Nessuno avrebbe risposto come il nostro Presidente del Consiglio, perché non c’è nulla di più importante, per un grande Paese, della sua memoria storica. Un Paese senza memoria è un Paese senza identità. E chi non ha identità non ha futuro. E l’Italia ha bisogno di futuro.
Coltivare la memoria dell’antifascismo non è solo un atto di riconoscenza. Come ci ha ricordato un altro grande italiano, un uomo mite e rigoroso come Leopoldo Elia, se la democrazia viene coltivata e vissuta ogni giorno, si espande e cresce. Se viene mortificata e offesa, deperisce e può anche morire.
In tutti i Paesi del mondo ci sono i governi. Ma solo in quelli democratici c’è l’opposizione.
Coltivare la democrazia, farla vivere e crescere ogni giorno, significa rispettare l’opposizione, riconoscere la sua funzione democratica: nelle aule del Parlamento, come nelle piazze del Paese.
Se noi non svolgessimo fino in fondo il nostro ruolo all’opposizione, se non facessimo coesistere la durezza della denuncia e il coraggio della proposta, se non lo facessimo, tradiremmo il nostro mandato. E per colpa nostra, una colpa che sarebbe imperdonabile, la democrazia italiana diventerebbe più debole.
E’ indice di una mentalità sottilmente e pericolosamente illiberale, pensare che in una democrazia non bisogna disturbare il manovratore e che tutto ciò che limita, regola, condiziona il suo potere è solo un fattore di disturbo.
E’ un disturbo il Parlamento, perché vorrebbe e dovrebbe discutere le proposte di legge o i decreti del governo, prima di approvarli.
E’ un disturbo la magistratura, perché esercita un controllo di legalità che non può e non deve risparmiare chi governa la cosa pubblica in nome e per conto della collettività.
E’ un disturbo la Corte costituzionale, perché deve verificare la costituzionalità dei provvedimenti voluti dal governo e approvati dalla maggioranza in parlamento.
E’ un disturbo l’opposizione. Perché spezza l’incantesimo del plebiscitario consenso al governo. Perché dimostra che c’è un altro modo di pensare, che potrebbe domani diventare maggioritario. Perché vuole, come noi vogliamo, una grande innovazione istituzionale, il dimezzamento del numero dei parlamentari, una sola Camera con funzioni legislative, una legge elettorale che restituisca lo scettro ai cittadini. A cominciare dalla battaglia parlamentare che faremo nei prossimi giorni per mantenere il voto di preferenza alle prossime europee.
Una democrazia che decide, decide velocemente, decide dentro i principi della Costituzione, non con pericolose concentrazioni del potere. Una democrazia più moderna, alla quale abbiamo contribuito con le coraggiose decisioni dei mesi scorsi.
Noi oggi interpretiamo la nostra funzione in un modo che è perfettamente coerente con quanto dicemmo già al Lingotto, affermando che il PD, svincolato finalmente dai vecchi ideologismi, sarebbe stato «libero dall’obbligo di essere, di volta in volta, moderato o estremista per legittimare o cancellare la propria storia».
Questo siamo: un partito libero, che non teme né di apparire moderato agli occhi di alcuni, né di sembrare estremista agli occhi di altri. Perché null’altro è che un grande partito riformista.
Un grande partito riformista, che fa dell’opposizione, un’opposizione di popolo, il modo per incidere oggi sulla realtà del Paese e per essere domani, strette le alleanze che le idee e i programmi vorranno, nuova maggioranza e nuovo governo per l’Italia.
Il PD avrà sempre, anche all’opposizione, una sola stella polare: gli interessi generali del Paese. Quel Paese che amiamo e il cui destino è la nostra ragione d’essere. Quel Paese che vogliamo unire, rifiutando l’odio e la contrapposizione ideologica.
Questa manifestazione è un grande momento di democrazia, sereno e pacifico.
E guai, davvero guai, a chi pensa di ridurre solo minimamente la libertà di avanzare critiche, la libertà di dissentire, la libertà di protestare civilmente contro decisioni e scelte che non condivide.
La democrazia non è un consiglio d’amministrazione. La minaccia irresponsabile e pericolosa di intervenire «attraverso le forze dell’ordine» dentro quei templi del sapere, della conoscenza e del dialogo che sono le Università, è stata qualcosa di abnorme e di mai visto prima. Puntuale, ancora una volta, è poi arrivata la smentita del Presidente del Consiglio. «Sono i giornali che come al solito travisano la realtà», ha detto da Pechino.
Ora: cambiando il fuso orario si può anche cambiare idea, e in questo caso è un bene che ciò sia avvenuto. C’è però qualcosa su cui vale la pena riflettere. Perché un’alta carica istituzionale si può permettere sistematicamente di negare ciò che è evidente, ciò che per giorni le televisioni hanno ritrasmesso sbugiardando l’ennesima smentita? Perché il Presidente del Consiglio si sente autorizzato, nel pieno della tempesta finanziaria che stiamo vivendo, ad invitare i cittadini a comprare le azioni di questa o quella azienda? Perché può arrivare ad annunciare una decisione non presa come quella della chiusura dei mercati, facendosi smentire persino dalla Casa Bianca? Se l’avessero fatto Gordon Brown o Angela Merkel sarebbe successa una catastrofe. Siccome nel mondo sanno chi è, non è successo niente.
Ma perché coltiva questa impunità delle parole? Questa strategia dell’inganno permanente nei confronti dei cittadini? La presunzione che si possa promettere di tagliare le tasse che poi non si tagliano, di fare delle mirabolanti opere infrastrutturali che poi non vengono nemmeno progettate?
E’ l’idea del potere che non è tenuto a rispondere dei suoi comportamenti. E’ un’idea del potere inaccettabile. E’ la confusione tra governare e prendere il potere.
Contro questi rischi l’opinione pubblica, la cultura, la coscienza critica del Paese, l’antico amore degli italiani per una democrazia viva e piena, devono farsi sentire.
Voglio essere chiaro: noi non pensiamo che questo governo sia la causa di tutti i mali. Non saremo noi, a differenza di chi ci ha preceduto nel ruolo di opposizione, a gridare al regime.
Il problema è che il governo Berlusconi è totalmente inadeguato a fronteggiare la gravissima crisi che stiamo vivendo. E lo è per una ragione semplice: perché non ha nel cuore l’Italia che produce e che lavora, l’Italia che soffre. E’ un governo che si occupa di rassicurare i potenti di questo Paese, piuttosto che di combattere la drammatica situazione di imprese e lavoratori.
L’Italia può essere altro. L’Italia «è» altro.
E’ però vero che la fotografia dell’Italia attuale sta sbiadendo, ha quasi del tutto perso i colori, e la ricchezza delle sfumature, della modernità. I volti degli italiani appaiono sgranati e in bianco e nero. Come le vecchie immagini di una volta, perché l’immobilismo che già ieri ci condannava ad una crescita stentata rischia oggi, dentro una crisi economica di questa gravità, di farci tornare drammaticamente indietro.
Tornano indietro gli artigiani, gli operai. C’è stato un tempo in cui la fatica, i sacrifici e il talento, la specializzazione, davano dignità al lavoro e permettevano anche di metter su un laboratorio in proprio, e poi magari una piccola fabbrica. L’ascensore sociale funzionava, le condizioni di vita miglioravano. E comunque c’era la speranza che questo potesse accadere.
Oggi come vive un operaio che fatica tutto il giorno, e che troppo spesso in questo Paese sul lavoro rischia la vita, per 1.200 euro al mese? Che speranza può avere di poter star meglio, se deve invece preoccuparsi di essere messo in cassa integrazione, di arrivare in fabbrica una mattina e di leggere nella bacheca di servizio che fra sei mesi si chiude perché la produzione si ferma?
Tornano indietro le aziende, rischiano di tornare indietro i piccoli e medi imprenditori. Quelli che sanno mettere a punto nuove tecniche e creare nuovi prodotti, e che così hanno fatto crescere il Paese.
E’ gente onesta, che esce di casa che è ancora buio e torna a casa che è già notte, e fatica a dormire per la paura di non farcela e di dover chiudere: perché l’affitto aumenta a rotta di collo, le bollette paiono impazzite, la burocrazia è soffocante, la pressione fiscale opprimente. Sognavano di crescere per poter competere meglio, ma devono fare i conti con una realtà opposta: difficoltà ad avere finanziamenti dalle banche, che anzi chiedono di rientrare rapidamente dal debito, ed esportazioni che calano perché i clienti americani, tedeschi e inglesi sono impegnati a ridurre al massimo i consumi.
Qualche giorno fa, ad una azienda metalmeccanica del bresciano che ha cinquanta dipendenti ed è attiva da mezzo secolo, è stato chiesto di rientrare subito del fido e intanto hanno bloccato le carte di credito. «E’ una cosa umiliante», ha detto il titolare. Ecco uno degli effetti di questa crisi: non conta la storia e la serietà di un’impresa, si guardano solo i numeri e i conti. Quelli della banca, non quelli dell’azienda.
E tornano indietro, non possono proprio a guardare avanti, i giovani, i nostri ragazzi. Su un muro di Milano qualcuno ha scritto: non c’è più il futuro di una volta. E’ la cosa più grave. Ieri a vent’anni e a trenta si raccoglievano i frutti dello studio o già si lavorava, e comunque si pensava al domani convinti che sarebbe stato migliore rispetto alla vita vissuta dai dei propri genitori.
Oggi i giovani italiani sono prigionieri della gabbia del precariato. Sono storie umilianti, e sono tantissime. La risposta ad un annuncio su Internet e l’invio di un curriculum, le cuffie in testa e il microfono per rispondere alle telefonate, i 1.200 euro lordi promessi dai selezionatori che diventano 800 e cioè 640 netti considerando i giorni effettivi di lavoro.
Quattro euro l’ora. Una vita precaria e i sogni mortificati per quattro euro l’ora. Ma si accetta, perché con il contratto a scadenza si è sotto ricatto. E si accetta.
E quella foto dell’Italia è in bianco e nero, purtroppo, anche a simboleggiare gli opposti, anche a dire dell’estrema ricchezza e dell’estrema povertà che dividono in due un paese ingiusto.
Non siamo solo noi, non è la cattiva propaganda dell’opposizione ad affermarlo, lo ha detto la Banca d’Italia, lo dice l’Ocse: la nostra è una delle società più diseguali dell’Occidente, siamo uno dei paesi nei quali la forbice tra chi ha tanto e chi ha poco o niente si è fatta più larga.
L’Italia ha urgente bisogno di crescere e per questo ci vuole, lo diciamo da mesi, un grande patto tra i produttori.
Siamo nel pieno della terribile, drammatica crisi finanziaria internazionale, che sta producendo una grave recessione mondiale e che si è abbattuta anche sul nostro Paese. Una crisi che richiederebbe, da parte di chi governa, senso di responsabilità e moderazione. Parole sconosciute a Berlusconi.
La crisi non va certo spiegata agli operai, alle imprese, ai ragazzi che cercano o perdono un lavoro. Lo sanno bene, lo sapete bene, lo vivete ogni giorno sulla vostra pelle. Lo sanno i pensionati, che prendono ogni mese la stessa pensione e intanto pagano di più per il pane, per la pasta, per le bollette della luce e del gas. Lo sanno le famiglie italiane, che faticano ad arrivare alla fine del mese. Lo sanno i sette milioni e mezzo di persone che vivono poco al di sopra della soglia di povertà, 500-600 euro al mese, vicinissimi a quegli altri sette milioni e mezzo che già stanno sotto. Fanno 15 milioni in totale. Non esagera, la Caritas Italiana, quando lancia l’allarme povertà.
C’è la crisi. Ed è vero che ci arriva dagli Stati Uniti. Ma nessuno può farne un alibi o una scusa. Soprattutto non può farlo, non può chiamarsi fuori, una destra che per anni ha diffuso a piene mani tre tossine, culturali e politiche.
La prima è un’idea monca della libertà, quella che considera ogni regola come un inciampo, che è figlia dell’ideologia del liberismo selvaggio e dell’individualismo sfrenato. E la disinvoltura con cui si fa una bella capriola e si diventa all’improvviso statalisti nasce dal fatto che l’unico vero sistema che piace alla destra è quello nel quale sia il mercato che lo Stato sono al servizio degli interessi dei più forti.
La seconda tossina è la freddezza, lo scetticismo, l’ostilità perfino nei riguardi dell’Europa. Ed è ovvio: l’Europa è coesione sociale e crescita economica insieme, è un orizzonte che chiama a muoversi in un sistema di regole e responsabilità comuni.
La terza tossina è il primato della finanza e di quella più creativa, più disinvolta e più cinica possibile, nei riguardi del lavoro e della produzione di beni e servizi. Vi farò tutti ricchi, perché il denaro da solo moltiplicherà il denaro, tutti avrete il vostro albero delle monete d’oro nel campo dei miracoli. L’impegno, la fatica, lo studio, la pazienza e la tenacia non servono più, sono avanzi del passato: tutto è facile, tutto è possibile, perché tutto è lecito.
La crisi, ha detto un grande economista come Paul Samuelson, «è figlia di un insieme diabolico di avidità, indebitamento, speculazione, laissez-faire, e soprattutto un’infinita incoscienza».
C’è il ritratto della destra, dietro queste parole. Anche della destra italiana di questi ultimi quindici anni.
L’intervento dello Stato è «un imperativo categorico», ha detto Berlusconi fulminato sulla via di Damasco. Ma sicuramente un giorno arriverà una smentita anche di questa frase. Come quando, poche ore dopo averla fatta, ha corretto quell’affermazione destinata comunque a rimanere negli annali per la sua totale irrealtà: «la crisi non avrà effetti sull’economia reale».
E’ invece proprio l’economia reale l’emergenza vera di queste ore. Cosa ha fatto il Presidente del Consiglio per difendere le piccole e medie imprese o il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi degli italiani? Nulla, assolutamente nulla.
Cosa ha fatto, cosa sta facendo il governo per le famiglie? Ha tagliato del 32 per cento il Fondo a loro destinato, e lo ha fatto per coprire una parte dell’abolizione dell’Ici sulle abitazioni dei più ricchi. Così, come ha denunciato l’Associazione famiglie numerose, c’è un «signor Rossi» milionario, che ha 500 mila euro di reddito annuo, diverse case di proprietà e non ha figli, che non paga più l’Ici perché un «signor Rossi» che fa l’operaio, che ha 25 mila euro di reddito annuo e vive in una casa in affitto con moglie e quattro figli a carico, non riceve più i 330 euro che prima gli arrivavano dal Fondo per le famiglie.
Insomma, dinanzi a una crisi che sta impoverendo ancora di più le famiglie italiane, il governo cosa fa? Spende le poche, preziose risorse per i più ricchi. E questi costosi regali li pagano tutti i contribuenti, perché hanno meno servizi, perché pagano più tasse e perché ricevono meno sostegni. Li pagano i Comuni, cuore del nostro Paese, costretti per questo a scelte socialmente dolorose. Li pagano gli italiani all’estero, anche loro cuore del Paese, anche loro colpiti anche dalle scelte di questo governo.
Voglio dirlo chiaramente: il governo ha sbagliato tutte le previsioni economiche, il governo ha fatto una Finanziaria che immaginava una fase di crescita, il governo ha esplicitamente e drammaticamente sottovalutato le conseguenze durissime che la crisi sta avendo sulle famiglie e sulle imprese.
Si sono riuniti anche di notte per garantire sostegno alle banche, quelle banche che devono restare indipendenti dalla politica. Ora si riuniscano anche di notte per fare invece un grande piano per i cittadini, per combattere la recessione e l’impoverimento della società italiana.
Dalla crisi del ’29 si uscì con il New Deal. Ora nel nostro Paese è tempo di un Piano organico per la crescita e la lotta alla povertà e alla precarietà.
L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa.
Le misure per stabilizzare la crisi finanziaria, prese a livello europeo, sono giuste e necessarie. Ma non sono sufficienti. Ne servono altre, indispensabili: il sostegno con un fondo di garanzia alle micro e piccole imprese, un piano di investimenti in infrastrutture e soprattutto un intervento per aumentare i redditi da lavoro, i salari, gli stipendi, le pensioni degli italiani.
Abbiamo presentato proposte per sostenere l’economia reale. Se queste priorità saranno riconosciute noi faremo, come sempre, la nostra parte. La faremo, come ho detto, per l’Italia, non certo per Berlusconi.
Noi da questa piazza non insultiamo nessuno e non gridiamo al regime. La nostra sfida è chiara, ed è la stessa che lanciammo al Lingotto.
Non conservare quello che c’è. Non assegnare al riformismo il compito di difendere anche importanti conquiste del passato.
No, è il tempo della costruzione dell’Italia del nuovo secolo. E’ il tempo del coraggio riformista, non della pigrizia conservatrice.
Le nostre proposte sono sul tavolo. Noi chiediamo di ridurre, a partire dalla prossima tredicesima, il peso delle tasse sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Proponiamo di destinare a questa misura sei miliardi di euro, in un insieme di interventi che valgono lo 0,5 per cento del Pil.
E’ un intervento rilevante ma sostenibile per le nostre finanze pubbliche, risanate dall’azione di un uomo che quando governava pensava al Paese, e non a se stesso: Romano Prodi. E’ un intervento sostenibile, nel momento in cui si è introdotta una maggiore flessibilità dei parametri europei all’interno dei vincoli del Patto.
La spesa pubblica, in Italia, deve essere ridotta. Senza esitazioni. La nostra linea, però, è «spendere meno e spendere meglio». Non «spendere meno» e basta, senza preoccuparsi di cosa ne sarà delle scuole, degli ospedali, della sicurezza dei cittadini.
Abbiamo sempre detto «pagare meno, pagare tutti». E invece ora di pagare meno non c’è traccia e la lotta all’evasione fiscale è scomparsa dall’orizzonte. Il governo sta riproponendo la vecchia ricetta: aliquote alte, pochi controlli, evada chi può. Complimenti: è la strada maestra per andare tutti a fondo.
E vorrei porre qui la domanda che si stanno facendo gli imprenditori e tutti gli italiani: dov’è finita la promessa di ridurre le tasse? Di portare la pressione fiscale sotto il 40 per cento?
La verità è che le tasse le stanno aumentando Voglio ripeterlo: le tasse stanno aumentando.
E questo proprio in una fase di recessione, quando si dovrebbe consentire a chi ha redditi medi e bassi di poter aumentare i propri consumi.
E poi: abbiamo sempre detto che la pubblica amministrazione deve essere riformata. Dunque va bene la lotta ai veri fannulloni. Chi lavora nel settore pubblico, a cominciare dai dirigenti, deve metterci il doppio e non la metà dell’impegno di chi lavora nel settore privato.
Ma la pubblica amministrazione è piena anche di persone straordinarie, che mettono al servizio della collettività sapere e competenza, in cambio di un reddito col quale faticano a vivere dignitosamente. Penso agli infermieri e ai medici ospedalieri. Penso agli agenti delle forze di polizia, che rischiano la vita e devono chiedere l’anticipo sulla liquidazione per tirare avanti.
Penso alla scuola, alla ricerca, all’Università. Il governo ha fatto due errori. Il primo: le ha ridotte a voci da tagliare, dimenticando che sono un settore strategico per il futuro del Paese. Un settore da riformare, anche in profondità, ma per investirci maggiori e non minori risorse.
Stupisce lo stupore per la protesta che sta dilagando in tutta Italia. E’ una protesta giusta, perché consapevole, responsabile e assolutamente non violenta. Come sempre dovrà essere, respingendo il tentativo di radicalizzare lo scontro portato avanti dal governo. E’ un movimento senza bandiere né di partito, né di sindacato. Una grande prova di autonomia della società civile. Le maestre insieme alle mamme, gli studenti insieme ai rettori. Questo movimento ama la scuola e la vuole cambiare, tanto che nelle piazze ci va anche per fare lezioni all’aperto di fisica o di filosofia.
Il governo invece sta togliendo l’aria all’Università italiana, sta impedendo l’ingresso di nuove leve di ricercatori e docenti all’interno degli atenei, sta togliendo ogni prospettiva di poter continuare a lavorare nel nostro Paese a giovani scienziati che hanno fin qui fatto partecipare l’Italia a progetti come quelli del Cern di Ginevra o hanno garantito il monitoraggio di vulcani e terremoti in un Paese come il nostro. Giovani scienziati che si sono visti bloccare l’assunzione dal governo Berlusconi del 2002 e che si vedono arrivare il licenziamento dal governo Berlusconi del 2008.
«Prenda nota, signor ministro Giulio Tremonti – non sono io a dirlo, ma è uno storico come Franco Cardini dalle colonne del «Secolo d’Italia» – ritirare l’appoggio alle Università è un modo di rubare ai poveri per dare ai ricchi. Un modo come infiniti altri. Ma è l’esatto contrario di quel che avrebbe voluto il ‘suo’ Robin Hood».
Il secondo errore è forse ancora più grave. Avete camuffato i tagli sotto le mentite spoglie di una «riformetta» che ha mortificato la dignità culturale e professionale dei docenti, la partecipazione dei genitori e degli studenti, la natura di comunità educante della scuola.
Voglio essere chiaro: ogni posizione conservatrice sulla scuola e l’Università è sbagliata. Abbiamo bisogno della scuola dell’autonomia e del merito. Di una scuola che abbia fiducia nella capacità di scelta dei ragazzi. Di una scuola guidata da un progetto educativo moderno e capace di promuovere opportunità sociali e merito, in un contesto di permanente, indipendente, valutazione di qualità.
I conservatori sono quelli che si preoccupano di sistemare piccoli particolari, come il grembiule e il ripristino dei voti. C’è bisogno invece di una radicale riforma.
E voglio dire che se c’è una materia sulla quale il Paese dovrebbe proiettare se stesso oltre le divisioni, è proprio una scelta di fondo della scuola e dell’Università. Non si può ad ogni cambio di ministro stravolgere la vita di milioni di famiglie, di ragazzi, maestri e professori.
E’ la sfida dell’innovazione della scuola, quella che ci interessa.
La scuola elementare italiana, una delle migliori del mondo, è il frutto di decenni di elaborazione pedagogica, teorica e sul campo. Che cultura, che pensiero, che innovazione c’è dietro il ritorno al maestro unico o all’abolizione per via di fatto del tempo pieno?
E davvero qualcuno pensa che il fenomeno del bullismo si possa risolvere con il voto in condotta? No. Non è così semplice, non è così banale. Dietro questi atteggiamenti c’è molto di più. Dietro il fatto che un bambino su cinque comincia a bere tra gli 11 e i 15 anni c’è davvero un vuoto più grande. C’è il degrado e sociale e il disagio familiare. C’è l’annoiarsi di fronte alla vita di chi forse è spinto a conoscere il prezzo ma certo non il valore delle cose.
Quel vuoto a noi spaventa. Per voi è indifferente. Perché vi è congeniale. L’avete alimentato con la vostra cultura dell’individualismo e dell’egoismo. Con il vostro fastidio per ogni regola morale. Con la vostra idea che contano non lo studio e il lavoro, ma solo il successo facile. Quello che si raggiunge anche senza saper far niente, basta apparire in televisione. Quello che si può ottenere in ogni modo, anche prendendo le scorciatoie e passando sopra gli altri.
Uno scrittore, che di mestiere fa anche il professore, ha raccontato così i pensieri di una sua studentessa, di una ragazza come tante della sua generazione: «Professore, ha presente il fascio di luce che d’improvviso avvolge l’ospite d’onore e lo separa dal buio? Quella chiazza bianca o gialla sul palcoscenico? Mi sono accorta – dice questa ragazza – che è piccola, un cerchio minimo. Tutti non ci possiamo entrare, e neanche parecchi. Lì c’è posto per pochissimi. Per gli altri c’è il buio, il niente, al massimo un posto in platea per applaudire chi ce l’ha fatta e crepare d’invidia. A me non piace stare da una parte ad applaudire agli altri. Oggi a nessuno piace. Ma non mi va nemmeno di uscire dal teatro e mettermi a battere chiodi o sudare per due lire come mio padre e mia madre. Io quella luce la voglio. Io li capisco quelli che bruciano le macchine a Parigi. Loro la luce se la fanno da soli, e il mondo li guarda, arrivano le telecamere e il buio non c’è più, non c’è più questo schifo di vita».
Questa cultura l’ha creata la destra. L’avete costruita voi. Non vi interessa la scuola perché la vostra scuola è la televisione. E la vostra diseducazione civile degli italiani rimbalza fin dentro le scuole.
Fa rabbrividire la mozione della Lega sulle classi differenziate per i bambini stranieri. «Famiglia cristiana» l’ha definita «la prima mozione razziale approvata dal Parlamento italiano».
Che nella scuola dell’obbligo ci siano classi separate o test d’ammissione per distinguere un bambino dall’altro è un danno per tutti. E’ un danno per i bambini italiani, che considereranno quei loro amici diversi da loro, introiettando un concetto foriero di catastrofi. E’ un danno drammatico per i bambini immigrati, che si sentiranno messi ai margini e respinti, e coltiveranno un senso di separatezza che potrà essere molto rischioso in primo luogo per la sicurezza della nostra società.
Quella mozione offende i bambini, umilia la scuola e il Parlamento. La questione dell’insegnamento dell’italiano ai bambini stranieri è una questione reale, che da anni la scuola elementare affronta con successo e che dovrà ancora di più saper affrontare, attraverso lo sviluppo dei corsi integrativi e non con la segregazione etnica.
Si chiama interculturalità. Ed è un altro esempio di come l’Italia sia migliore, molto migliore della destra che la governa.
E’ con l’Italia, allora, che dovete discutere e ragionare. Con la scuola e l’università, innanzitutto. E poi in Parlamento: aprendo quello spazio di confronto auspicato con la consueta saggezza dal Presidente Napolitano, cercando soluzioni condivise e perciò stesso durature, perché sottratte al conflitto politico immediato.
Noi vi facciamo una proposta: il Governo ritiri o sospenda il decreto attualmente in discussione in Parlamento, modifichi con la Legge Finanziaria le scelte di bilancio fatte col decreto e avvii subito un confronto con tutti i soggetti interessati, giovani studenti, famiglie, docenti. Fissando un tempo al termine del quale è legittimo che le decisioni siano prese.
E’ il tempo di dirsi chiaramente una cosa, anche autocriticamente: nella scuola e nell’Università italiana forse si spende male, ma certo si spende poco. E’ il cuore del futuro del Paese, e per questo voglio prendere un impegno: quando governeremo l’Italia, noi dovremo fare quello che in questi giorni ha detto il Presidente francese. E cioè un grande sforzo per l’istruzione, per la formazione dei giovani. Sarkozy ha annunciato che all’Università sarà progressivamente destinato il 50 per cento in più di risorse. E’ una assoluta priorità, che non si può non vedere e che non ha colore politico. Quando noi governeremo, faremo altrettanto.
Se le cose cambiano, va cambiato anche il modo di guardarle. Alla parola «costi» si deve sostituire la parola «investire».
Vale, questo, per la grande frontiera dell’ambiente, per il gigantesco problema del surriscaldamento globale, per la strada indispensabile delle energie rinnovabili.
Basta col pensare che tutto, quando si parla di questioni ambientali, sia solo un costo da sopportare. «Costi irragionevoli», ha detto il Presidente del Consiglio di fronte ai nostri partner europei.
L’ambiente e l’economia non sono nemici tra loro. Il Pil può salire mentre contemporaneamente aumenta la tutela della natura e migliora la qualità della vita. Anzi: il Pil sale solo se al centro dello sviluppo c’è la sostenibilità, c’è la riconversione dell’economia.
Davvero non si capisce perché se la Germania è riuscita a creare, nel comparto delle fonti rinnovabili, duecentomila posti di lavoro negli ultimi dieci anni, da noi non possa avvenire qualcosa di simile. O perché non sia possibile seguire l’esempio della California, che puntando sull’efficienza energetica ne ha creati un milione e mezzo.
E ad ogni modo: solo se gli impegni internazionali assunti dall’Italia saranno confermati, come è dovere di un grande paese europeo, sarà giusto studiare momenti di flessibilità per venire incontro alle esigenze delle imprese nell’attuale situazione.
Il Partito Democratico vuole essere il grande partito dell’ecologismo moderno, fatto non di pregiudizi antiscientifici, ma dall’idea che sia proprio l’ambiente, scegliendo la via della «rottamazione» del petrolio, della fine della dipendenza dai combustibili fossili, degli investimenti sulle fonti rinnovabili, del potenziamento del trasporto pubblico, a poter garantire la nostra ricchezza di oggi e il domani dei nostri figli.
Alle mie spalle, la vedete, c’è una bellissima frase di di Vittorio Foa: «pensare agli altri, oltre che a se stessi, e pensare al futuro, oltre che al presente».
Valgono, queste parole, per l’ambiente. E valgono per il drammatico corto circuito che nella nostra società si sta creando per colpa di un’equazione tanto ingiusta quanto sbagliata: più immigrazione uguale insicurezza, straniero uguale estraneo, diverso, «altro» da sé, minaccia per il proprio territorio, la propria casa, la propria incolumità. E quindi nemico da allontanare, da respingere, da cacciare.
Non ci stancheremo mai di ripeterlo e mai di fare di tutto per rendere concreto questo principio: la sicurezza è un diritto fondamentale di ogni cittadino. Chiunque lo colpisce va perseguito, qualunque sia la sua nazionalità. E basta con la vergogna di troppi delinquenti, non importa se italiani o stranieri, arrestati dalla polizia e poi scarcerati dopo pochi giorni, o di condannati che evitano il carcere grazie a una serie infinita di premi e benefici.
Però quell’equazione no, non si può fare. Non si può negare uno dei fondamenti della nostra civiltà: sono gli individui che commettono un crimine che vanno puniti. Mai i gruppi, mai le comunità etniche, sociali o religiose.
La madre del razzismo è la paura. Il problema è che ad alimentarla c’è anche l’uso politico dell’immigrazione. Il massimo dell’ipocrisia in chi, come il governo, dovrebbe avere l’onestà di dire che da quando ci sono loro gli sbarchi sono raddoppiati, le espulsioni sono ferme e si sta creando una nuova bolla di clandestinità.
La paura, ha detto bene Ilvo Diamanti, «paga». In termini elettorali e di consenso, almeno nell’immediato. «Per contrastare il razzismo», ha scritto ancora Diamanti, «si dovrebbe combattere la paura. Invece viene lasciata crescere in modo incontrollato. E molti, troppi, la coltivano, questa pianta dai frutti avvelenati che cresce nel giardino di casa nostra».
Molti, troppi episodi si sono verificati negli ultimi mesi, nelle ultime settimane. Di quasi tutti si è detto «il razzismo non c’entra». Ma non è razzismo l’assassinio di Abdoul, ucciso per una scatola di biscotti al grido di «sporco negro»? Non ci sono l’ignoranza, l’estraneità e l’ostilità verso «l’altro» dietro l’aggressione di un ragazzo cinese alla fermata di un autobus? Non dobbiamo pensare che ci sia razzismo dietro il fermo violento da parte dei vigili e il pestaggio di Emanuel? Dietro quel negargli persino il cognome?
E c’è un episodio che mi ha colpito particolarmente. In una scuola di una provincia italiana i bambini avevano disegnato, insieme alle loro maestre, delle sagome da mettere vicino alle strisce pedonali per dire agli automobilisti di rallentare. Queste sagome ritraevano loro. Erano bambini e bambine. Erano di colori diversi. Qualcuno deve aver pensato che c’era qualcosa di sbagliato nel fatto che ci fossero ritratti di bambini neri e di bambini bianchi insieme, e ha pensato di andare, di notte, a sbiancare con la vernice le sagome scure. Razzismo strisciante, vigliaccheria e pretesa di insegnare la propria aberrante idea di ciò che è giusto: il peggio del peggio riunito in un solo gesto.
Ecco qualcosa di fronte al quale noi non siamo e non saremo mai indifferenti. Qualcosa che noi combattiamo e combatteremo sempre.
L’Italia non è non sarà mai un Paese razzista.
E domando: la libertà e la democrazia non sono diminuite e ferite quando si ripetono atti di odiosa e intollerabile omofobia, che allontanano le nostre possibilità di convivenza civile e allargano il discrimine che vive sulla propria pelle chi non gode di leggi di pari opportunità e non è adeguatamente tutelato contro i reati d’odio?
L’Italia è un paese migliore della destra che la governa. La sua storia racconta un paese migliore.
Un bravo giornalista lo ha detto bene. Nei decenni successivi alla guerra, i nostri dialetti erano lingue ben strutturate, che resistevano tenacemente alla penetrazione dell’italiano. Allora nessuna Lega pensò di differenziare i ragazzi. Nessun ministro italiano immaginò mai di separare i piemontesi dai calabresi, i lombardi dai siciliani, i veneti dagli abruzzesi. Eppure quella era un’Italia nettamente divisa in classi, piena non solo di differenze linguistiche ma di diseguaglianze sociali. Ma quell’Italia non fu mai razzista, non fu mai «differenziata».
L’Italia non può diventare questo proprio oggi, nel tempo che vede incrociarsi culture, popoli e persone. Noi non permetteremo che accada. Noi continueremo a credere che alla paura e anche alla sua percezione va data risposta, e che insieme va data risposta a chi arriva qui, lavora onestamente, e chiede integrazione, chiede diritti civili, chiede di poter votare, a cominciare dalle amministrative.
L’Italia è un Paese migliore della destra che la governa.
Moltiplicano l’ingiustizia in un Paese ingiusto.
Scelgono l’immobilismo in un Paese fermo.
Alimentano l’odio in un Paese diviso.
Cavalcano la paura in un Paese spaventato.
Ma l’Italia, nonostante tutto, resta migliore.
Stanno facendo dell’Italia un deserto di valori e la chiamano sicurezza.
Stanno cercando di creare un pensiero unico e lo chiamano gradimento, consenso.
Stanno calpestando principi e regole della vita democratica e la chiamano decisione.
Ma l’Italia, nonostante tutto, resta migliore.
C’è l’Italia delle 250 mila persone che con una firma si sono strette attorno ad un ragazzo di ventotto anni che rischia ogni giorno la vita e che continua a combattere contro la camorra con le sole armi che possiede e vuole usare: la passione civile, il coraggio delle idee e la straordinaria forza della scrittura, che arriva lì dove la violenza e la stupidità di uomini che non valgono nulla non arriveranno mai.
A Roberto Saviano va il grazie di tutti noi che oggi siamo qui in questa piazza.
Lo stesso grazie va alle forze dell’ordine, ai magistrati, agli imprenditori coraggiosi e alle associazioni che ogni giorno contrastano l’illegalità, resistono alla sopraffazione, tengono viva la speranza. Ad ognuno di loro va il grazie di tutti gli italiani onesti e perbene, di tutti coloro che non si rassegnano a pensare che le cose continueranno ad andare così perché così è sempre stato e nulla può cambiare.
Un’altra Italia è possibile. L’Italia della legalità, e non della furbizia. L’Italia della responsabilità, e non dell’esclusivo interesse personale. L’Italia del merito, e non dei favori. L’Italia della solidarietà, e non dell’egoismo. L’Italia dell’innovazione, e non della conservazione.
Oggi da questo luogo meraviglioso noi vogliamo far arrivare agli italiani un messaggio di fiducia.
Le cose possono cambiare. Le cose cambieranno. Non c’è rassegnazione che non possa cedere il passo alla speranza. Non c’è paura che non possa essere vinta dalla consapevolezza di sé e dall’apertura agli altri. Non c’è buio dopo il quale non venga la luce.
E allora dell’Italia tornerà a vedersi tutto il meglio. La civiltà di un popolo che sa accogliere ed includere. La creatività e il talento di generazioni di donne e di uomini che hanno sempre cercato il nuovo. Il coraggio di chi ha traversato il mare, di chi ha lasciato la propria terra per lavorare e fare più ricco il Paese. La tenacia di chi ha rischiato per fare impresa e di chi si sacrifica per difendere legalità e sicurezza.
E’ la nostra meravigliosa Italia. Quella che è stata e quella che può essere. Quella che sarà con il nostro lavoro, il nostro coraggio, la nostra voglia di futuro.
Un’altra Italia è possibile. La faremo insieme
Un italiano su tre si riconosce, crede nel disegno di un riformismo moderno. E’ un fatto inedito nella lunga vicenda nazionale. E oggi, in questo luogo splendido e immenso, siamo qui, in tanti, perché vogliamo bene all’Italia, perché amiamo il nostro Paese.
Con lo stesso amore, il 14 ottobre di un anno fa, il Partito Democratico nasceva da un grande evento di popolo.
L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa in questo momento. Migliore della destra che nel tempo recente lo ha già governato, anche se qualcuno troppo spesso finge di dimenticarlo, per sette lunghi e improduttivi anni.
L’Italia è un grande Paese democratico, è un Paese che ama la democrazia.
Perché l’Italia non dimentica, non potrà mai dimenticare quanti hanno sofferto, quanti hanno dato la vita per la sua libertà.
Lunedì scorso ci ha lasciati un grande amico, un padre della Repubblica, un maestro di vita per tutti noi. Aveva venticinque anni, Vittorio Foa, quando fu condannato e messo in galera: perché era antifascista, perché pensava diversamente da chi era al potere.
E per chi crede che fino ad un certo punto ci sia stato un fascismo in fondo non troppo cattivo, va ricordato che era il 1935. Non era ancora arrivata la vergogna delle leggi razziali. Ma il regime aveva già fatto in tempo a sopprimere la libertà di stampa e quella di associazione, a chiudere partiti e sindacati, a calpestare il Parlamento e a incarcerare, mandare in esilio o uccidere chi non si piegava alla dittatura: Don Minzoni, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti. E due anni dopo la stessa sorte sarebbe stara di Carlo e Nello Rosselli e di Antonio Gramsci.
L’Italia, signor Presidente del Consiglio, è un Paese antifascista.
A chi le chiedeva se anche lei potesse definirsi così, «antifascista», lei ha risposto con fastidio che non ha tempo da perdere, che ha cose più importanti di cui occuparsi, rispetto all’antifascismo e alla Resistenza.
Il presidente Sarkozy non avrebbe risposto così, non avrebbe detto questo della Resistenza animata dal generale De Gaulle, non avrebbe messo in dubbio che ogni francese è figlio orgoglioso della Parigi liberata dai nazisti.
E né Barack Obama, né John McCain risponderebbero con un’alzata di spalle ad una domanda sulla decisione del presidente Roosevelt di mandare a combattere e a morire migliaia di ragazzi americani. Quei ragazzi americani che sono morti per noi, per restituirci la libertà e la democrazia.
Nessuno avrebbe risposto come il nostro Presidente del Consiglio, perché non c’è nulla di più importante, per un grande Paese, della sua memoria storica. Un Paese senza memoria è un Paese senza identità. E chi non ha identità non ha futuro. E l’Italia ha bisogno di futuro.
Coltivare la memoria dell’antifascismo non è solo un atto di riconoscenza. Come ci ha ricordato un altro grande italiano, un uomo mite e rigoroso come Leopoldo Elia, se la democrazia viene coltivata e vissuta ogni giorno, si espande e cresce. Se viene mortificata e offesa, deperisce e può anche morire.
In tutti i Paesi del mondo ci sono i governi. Ma solo in quelli democratici c’è l’opposizione.
Coltivare la democrazia, farla vivere e crescere ogni giorno, significa rispettare l’opposizione, riconoscere la sua funzione democratica: nelle aule del Parlamento, come nelle piazze del Paese.
Se noi non svolgessimo fino in fondo il nostro ruolo all’opposizione, se non facessimo coesistere la durezza della denuncia e il coraggio della proposta, se non lo facessimo, tradiremmo il nostro mandato. E per colpa nostra, una colpa che sarebbe imperdonabile, la democrazia italiana diventerebbe più debole.
E’ indice di una mentalità sottilmente e pericolosamente illiberale, pensare che in una democrazia non bisogna disturbare il manovratore e che tutto ciò che limita, regola, condiziona il suo potere è solo un fattore di disturbo.
E’ un disturbo il Parlamento, perché vorrebbe e dovrebbe discutere le proposte di legge o i decreti del governo, prima di approvarli.
E’ un disturbo la magistratura, perché esercita un controllo di legalità che non può e non deve risparmiare chi governa la cosa pubblica in nome e per conto della collettività.
E’ un disturbo la Corte costituzionale, perché deve verificare la costituzionalità dei provvedimenti voluti dal governo e approvati dalla maggioranza in parlamento.
E’ un disturbo l’opposizione. Perché spezza l’incantesimo del plebiscitario consenso al governo. Perché dimostra che c’è un altro modo di pensare, che potrebbe domani diventare maggioritario. Perché vuole, come noi vogliamo, una grande innovazione istituzionale, il dimezzamento del numero dei parlamentari, una sola Camera con funzioni legislative, una legge elettorale che restituisca lo scettro ai cittadini. A cominciare dalla battaglia parlamentare che faremo nei prossimi giorni per mantenere il voto di preferenza alle prossime europee.
Una democrazia che decide, decide velocemente, decide dentro i principi della Costituzione, non con pericolose concentrazioni del potere. Una democrazia più moderna, alla quale abbiamo contribuito con le coraggiose decisioni dei mesi scorsi.
Noi oggi interpretiamo la nostra funzione in un modo che è perfettamente coerente con quanto dicemmo già al Lingotto, affermando che il PD, svincolato finalmente dai vecchi ideologismi, sarebbe stato «libero dall’obbligo di essere, di volta in volta, moderato o estremista per legittimare o cancellare la propria storia».
Questo siamo: un partito libero, che non teme né di apparire moderato agli occhi di alcuni, né di sembrare estremista agli occhi di altri. Perché null’altro è che un grande partito riformista.
Un grande partito riformista, che fa dell’opposizione, un’opposizione di popolo, il modo per incidere oggi sulla realtà del Paese e per essere domani, strette le alleanze che le idee e i programmi vorranno, nuova maggioranza e nuovo governo per l’Italia.
Il PD avrà sempre, anche all’opposizione, una sola stella polare: gli interessi generali del Paese. Quel Paese che amiamo e il cui destino è la nostra ragione d’essere. Quel Paese che vogliamo unire, rifiutando l’odio e la contrapposizione ideologica.
Questa manifestazione è un grande momento di democrazia, sereno e pacifico.
E guai, davvero guai, a chi pensa di ridurre solo minimamente la libertà di avanzare critiche, la libertà di dissentire, la libertà di protestare civilmente contro decisioni e scelte che non condivide.
La democrazia non è un consiglio d’amministrazione. La minaccia irresponsabile e pericolosa di intervenire «attraverso le forze dell’ordine» dentro quei templi del sapere, della conoscenza e del dialogo che sono le Università, è stata qualcosa di abnorme e di mai visto prima. Puntuale, ancora una volta, è poi arrivata la smentita del Presidente del Consiglio. «Sono i giornali che come al solito travisano la realtà», ha detto da Pechino.
Ora: cambiando il fuso orario si può anche cambiare idea, e in questo caso è un bene che ciò sia avvenuto. C’è però qualcosa su cui vale la pena riflettere. Perché un’alta carica istituzionale si può permettere sistematicamente di negare ciò che è evidente, ciò che per giorni le televisioni hanno ritrasmesso sbugiardando l’ennesima smentita? Perché il Presidente del Consiglio si sente autorizzato, nel pieno della tempesta finanziaria che stiamo vivendo, ad invitare i cittadini a comprare le azioni di questa o quella azienda? Perché può arrivare ad annunciare una decisione non presa come quella della chiusura dei mercati, facendosi smentire persino dalla Casa Bianca? Se l’avessero fatto Gordon Brown o Angela Merkel sarebbe successa una catastrofe. Siccome nel mondo sanno chi è, non è successo niente.
Ma perché coltiva questa impunità delle parole? Questa strategia dell’inganno permanente nei confronti dei cittadini? La presunzione che si possa promettere di tagliare le tasse che poi non si tagliano, di fare delle mirabolanti opere infrastrutturali che poi non vengono nemmeno progettate?
E’ l’idea del potere che non è tenuto a rispondere dei suoi comportamenti. E’ un’idea del potere inaccettabile. E’ la confusione tra governare e prendere il potere.
Contro questi rischi l’opinione pubblica, la cultura, la coscienza critica del Paese, l’antico amore degli italiani per una democrazia viva e piena, devono farsi sentire.
Voglio essere chiaro: noi non pensiamo che questo governo sia la causa di tutti i mali. Non saremo noi, a differenza di chi ci ha preceduto nel ruolo di opposizione, a gridare al regime.
Il problema è che il governo Berlusconi è totalmente inadeguato a fronteggiare la gravissima crisi che stiamo vivendo. E lo è per una ragione semplice: perché non ha nel cuore l’Italia che produce e che lavora, l’Italia che soffre. E’ un governo che si occupa di rassicurare i potenti di questo Paese, piuttosto che di combattere la drammatica situazione di imprese e lavoratori.
L’Italia può essere altro. L’Italia «è» altro.
E’ però vero che la fotografia dell’Italia attuale sta sbiadendo, ha quasi del tutto perso i colori, e la ricchezza delle sfumature, della modernità. I volti degli italiani appaiono sgranati e in bianco e nero. Come le vecchie immagini di una volta, perché l’immobilismo che già ieri ci condannava ad una crescita stentata rischia oggi, dentro una crisi economica di questa gravità, di farci tornare drammaticamente indietro.
Tornano indietro gli artigiani, gli operai. C’è stato un tempo in cui la fatica, i sacrifici e il talento, la specializzazione, davano dignità al lavoro e permettevano anche di metter su un laboratorio in proprio, e poi magari una piccola fabbrica. L’ascensore sociale funzionava, le condizioni di vita miglioravano. E comunque c’era la speranza che questo potesse accadere.
Oggi come vive un operaio che fatica tutto il giorno, e che troppo spesso in questo Paese sul lavoro rischia la vita, per 1.200 euro al mese? Che speranza può avere di poter star meglio, se deve invece preoccuparsi di essere messo in cassa integrazione, di arrivare in fabbrica una mattina e di leggere nella bacheca di servizio che fra sei mesi si chiude perché la produzione si ferma?
Tornano indietro le aziende, rischiano di tornare indietro i piccoli e medi imprenditori. Quelli che sanno mettere a punto nuove tecniche e creare nuovi prodotti, e che così hanno fatto crescere il Paese.
E’ gente onesta, che esce di casa che è ancora buio e torna a casa che è già notte, e fatica a dormire per la paura di non farcela e di dover chiudere: perché l’affitto aumenta a rotta di collo, le bollette paiono impazzite, la burocrazia è soffocante, la pressione fiscale opprimente. Sognavano di crescere per poter competere meglio, ma devono fare i conti con una realtà opposta: difficoltà ad avere finanziamenti dalle banche, che anzi chiedono di rientrare rapidamente dal debito, ed esportazioni che calano perché i clienti americani, tedeschi e inglesi sono impegnati a ridurre al massimo i consumi.
Qualche giorno fa, ad una azienda metalmeccanica del bresciano che ha cinquanta dipendenti ed è attiva da mezzo secolo, è stato chiesto di rientrare subito del fido e intanto hanno bloccato le carte di credito. «E’ una cosa umiliante», ha detto il titolare. Ecco uno degli effetti di questa crisi: non conta la storia e la serietà di un’impresa, si guardano solo i numeri e i conti. Quelli della banca, non quelli dell’azienda.
E tornano indietro, non possono proprio a guardare avanti, i giovani, i nostri ragazzi. Su un muro di Milano qualcuno ha scritto: non c’è più il futuro di una volta. E’ la cosa più grave. Ieri a vent’anni e a trenta si raccoglievano i frutti dello studio o già si lavorava, e comunque si pensava al domani convinti che sarebbe stato migliore rispetto alla vita vissuta dai dei propri genitori.
Oggi i giovani italiani sono prigionieri della gabbia del precariato. Sono storie umilianti, e sono tantissime. La risposta ad un annuncio su Internet e l’invio di un curriculum, le cuffie in testa e il microfono per rispondere alle telefonate, i 1.200 euro lordi promessi dai selezionatori che diventano 800 e cioè 640 netti considerando i giorni effettivi di lavoro.
Quattro euro l’ora. Una vita precaria e i sogni mortificati per quattro euro l’ora. Ma si accetta, perché con il contratto a scadenza si è sotto ricatto. E si accetta.
E quella foto dell’Italia è in bianco e nero, purtroppo, anche a simboleggiare gli opposti, anche a dire dell’estrema ricchezza e dell’estrema povertà che dividono in due un paese ingiusto.
Non siamo solo noi, non è la cattiva propaganda dell’opposizione ad affermarlo, lo ha detto la Banca d’Italia, lo dice l’Ocse: la nostra è una delle società più diseguali dell’Occidente, siamo uno dei paesi nei quali la forbice tra chi ha tanto e chi ha poco o niente si è fatta più larga.
L’Italia ha urgente bisogno di crescere e per questo ci vuole, lo diciamo da mesi, un grande patto tra i produttori.
Siamo nel pieno della terribile, drammatica crisi finanziaria internazionale, che sta producendo una grave recessione mondiale e che si è abbattuta anche sul nostro Paese. Una crisi che richiederebbe, da parte di chi governa, senso di responsabilità e moderazione. Parole sconosciute a Berlusconi.
La crisi non va certo spiegata agli operai, alle imprese, ai ragazzi che cercano o perdono un lavoro. Lo sanno bene, lo sapete bene, lo vivete ogni giorno sulla vostra pelle. Lo sanno i pensionati, che prendono ogni mese la stessa pensione e intanto pagano di più per il pane, per la pasta, per le bollette della luce e del gas. Lo sanno le famiglie italiane, che faticano ad arrivare alla fine del mese. Lo sanno i sette milioni e mezzo di persone che vivono poco al di sopra della soglia di povertà, 500-600 euro al mese, vicinissimi a quegli altri sette milioni e mezzo che già stanno sotto. Fanno 15 milioni in totale. Non esagera, la Caritas Italiana, quando lancia l’allarme povertà.
C’è la crisi. Ed è vero che ci arriva dagli Stati Uniti. Ma nessuno può farne un alibi o una scusa. Soprattutto non può farlo, non può chiamarsi fuori, una destra che per anni ha diffuso a piene mani tre tossine, culturali e politiche.
La prima è un’idea monca della libertà, quella che considera ogni regola come un inciampo, che è figlia dell’ideologia del liberismo selvaggio e dell’individualismo sfrenato. E la disinvoltura con cui si fa una bella capriola e si diventa all’improvviso statalisti nasce dal fatto che l’unico vero sistema che piace alla destra è quello nel quale sia il mercato che lo Stato sono al servizio degli interessi dei più forti.
La seconda tossina è la freddezza, lo scetticismo, l’ostilità perfino nei riguardi dell’Europa. Ed è ovvio: l’Europa è coesione sociale e crescita economica insieme, è un orizzonte che chiama a muoversi in un sistema di regole e responsabilità comuni.
La terza tossina è il primato della finanza e di quella più creativa, più disinvolta e più cinica possibile, nei riguardi del lavoro e della produzione di beni e servizi. Vi farò tutti ricchi, perché il denaro da solo moltiplicherà il denaro, tutti avrete il vostro albero delle monete d’oro nel campo dei miracoli. L’impegno, la fatica, lo studio, la pazienza e la tenacia non servono più, sono avanzi del passato: tutto è facile, tutto è possibile, perché tutto è lecito.
La crisi, ha detto un grande economista come Paul Samuelson, «è figlia di un insieme diabolico di avidità, indebitamento, speculazione, laissez-faire, e soprattutto un’infinita incoscienza».
C’è il ritratto della destra, dietro queste parole. Anche della destra italiana di questi ultimi quindici anni.
L’intervento dello Stato è «un imperativo categorico», ha detto Berlusconi fulminato sulla via di Damasco. Ma sicuramente un giorno arriverà una smentita anche di questa frase. Come quando, poche ore dopo averla fatta, ha corretto quell’affermazione destinata comunque a rimanere negli annali per la sua totale irrealtà: «la crisi non avrà effetti sull’economia reale».
E’ invece proprio l’economia reale l’emergenza vera di queste ore. Cosa ha fatto il Presidente del Consiglio per difendere le piccole e medie imprese o il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi degli italiani? Nulla, assolutamente nulla.
Cosa ha fatto, cosa sta facendo il governo per le famiglie? Ha tagliato del 32 per cento il Fondo a loro destinato, e lo ha fatto per coprire una parte dell’abolizione dell’Ici sulle abitazioni dei più ricchi. Così, come ha denunciato l’Associazione famiglie numerose, c’è un «signor Rossi» milionario, che ha 500 mila euro di reddito annuo, diverse case di proprietà e non ha figli, che non paga più l’Ici perché un «signor Rossi» che fa l’operaio, che ha 25 mila euro di reddito annuo e vive in una casa in affitto con moglie e quattro figli a carico, non riceve più i 330 euro che prima gli arrivavano dal Fondo per le famiglie.
Insomma, dinanzi a una crisi che sta impoverendo ancora di più le famiglie italiane, il governo cosa fa? Spende le poche, preziose risorse per i più ricchi. E questi costosi regali li pagano tutti i contribuenti, perché hanno meno servizi, perché pagano più tasse e perché ricevono meno sostegni. Li pagano i Comuni, cuore del nostro Paese, costretti per questo a scelte socialmente dolorose. Li pagano gli italiani all’estero, anche loro cuore del Paese, anche loro colpiti anche dalle scelte di questo governo.
Voglio dirlo chiaramente: il governo ha sbagliato tutte le previsioni economiche, il governo ha fatto una Finanziaria che immaginava una fase di crescita, il governo ha esplicitamente e drammaticamente sottovalutato le conseguenze durissime che la crisi sta avendo sulle famiglie e sulle imprese.
Si sono riuniti anche di notte per garantire sostegno alle banche, quelle banche che devono restare indipendenti dalla politica. Ora si riuniscano anche di notte per fare invece un grande piano per i cittadini, per combattere la recessione e l’impoverimento della società italiana.
Dalla crisi del ’29 si uscì con il New Deal. Ora nel nostro Paese è tempo di un Piano organico per la crescita e la lotta alla povertà e alla precarietà.
L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa.
Le misure per stabilizzare la crisi finanziaria, prese a livello europeo, sono giuste e necessarie. Ma non sono sufficienti. Ne servono altre, indispensabili: il sostegno con un fondo di garanzia alle micro e piccole imprese, un piano di investimenti in infrastrutture e soprattutto un intervento per aumentare i redditi da lavoro, i salari, gli stipendi, le pensioni degli italiani.
Abbiamo presentato proposte per sostenere l’economia reale. Se queste priorità saranno riconosciute noi faremo, come sempre, la nostra parte. La faremo, come ho detto, per l’Italia, non certo per Berlusconi.
Noi da questa piazza non insultiamo nessuno e non gridiamo al regime. La nostra sfida è chiara, ed è la stessa che lanciammo al Lingotto.
Non conservare quello che c’è. Non assegnare al riformismo il compito di difendere anche importanti conquiste del passato.
No, è il tempo della costruzione dell’Italia del nuovo secolo. E’ il tempo del coraggio riformista, non della pigrizia conservatrice.
Le nostre proposte sono sul tavolo. Noi chiediamo di ridurre, a partire dalla prossima tredicesima, il peso delle tasse sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Proponiamo di destinare a questa misura sei miliardi di euro, in un insieme di interventi che valgono lo 0,5 per cento del Pil.
E’ un intervento rilevante ma sostenibile per le nostre finanze pubbliche, risanate dall’azione di un uomo che quando governava pensava al Paese, e non a se stesso: Romano Prodi. E’ un intervento sostenibile, nel momento in cui si è introdotta una maggiore flessibilità dei parametri europei all’interno dei vincoli del Patto.
La spesa pubblica, in Italia, deve essere ridotta. Senza esitazioni. La nostra linea, però, è «spendere meno e spendere meglio». Non «spendere meno» e basta, senza preoccuparsi di cosa ne sarà delle scuole, degli ospedali, della sicurezza dei cittadini.
Abbiamo sempre detto «pagare meno, pagare tutti». E invece ora di pagare meno non c’è traccia e la lotta all’evasione fiscale è scomparsa dall’orizzonte. Il governo sta riproponendo la vecchia ricetta: aliquote alte, pochi controlli, evada chi può. Complimenti: è la strada maestra per andare tutti a fondo.
E vorrei porre qui la domanda che si stanno facendo gli imprenditori e tutti gli italiani: dov’è finita la promessa di ridurre le tasse? Di portare la pressione fiscale sotto il 40 per cento?
La verità è che le tasse le stanno aumentando Voglio ripeterlo: le tasse stanno aumentando.
E questo proprio in una fase di recessione, quando si dovrebbe consentire a chi ha redditi medi e bassi di poter aumentare i propri consumi.
E poi: abbiamo sempre detto che la pubblica amministrazione deve essere riformata. Dunque va bene la lotta ai veri fannulloni. Chi lavora nel settore pubblico, a cominciare dai dirigenti, deve metterci il doppio e non la metà dell’impegno di chi lavora nel settore privato.
Ma la pubblica amministrazione è piena anche di persone straordinarie, che mettono al servizio della collettività sapere e competenza, in cambio di un reddito col quale faticano a vivere dignitosamente. Penso agli infermieri e ai medici ospedalieri. Penso agli agenti delle forze di polizia, che rischiano la vita e devono chiedere l’anticipo sulla liquidazione per tirare avanti.
Penso alla scuola, alla ricerca, all’Università. Il governo ha fatto due errori. Il primo: le ha ridotte a voci da tagliare, dimenticando che sono un settore strategico per il futuro del Paese. Un settore da riformare, anche in profondità, ma per investirci maggiori e non minori risorse.
Stupisce lo stupore per la protesta che sta dilagando in tutta Italia. E’ una protesta giusta, perché consapevole, responsabile e assolutamente non violenta. Come sempre dovrà essere, respingendo il tentativo di radicalizzare lo scontro portato avanti dal governo. E’ un movimento senza bandiere né di partito, né di sindacato. Una grande prova di autonomia della società civile. Le maestre insieme alle mamme, gli studenti insieme ai rettori. Questo movimento ama la scuola e la vuole cambiare, tanto che nelle piazze ci va anche per fare lezioni all’aperto di fisica o di filosofia.
Il governo invece sta togliendo l’aria all’Università italiana, sta impedendo l’ingresso di nuove leve di ricercatori e docenti all’interno degli atenei, sta togliendo ogni prospettiva di poter continuare a lavorare nel nostro Paese a giovani scienziati che hanno fin qui fatto partecipare l’Italia a progetti come quelli del Cern di Ginevra o hanno garantito il monitoraggio di vulcani e terremoti in un Paese come il nostro. Giovani scienziati che si sono visti bloccare l’assunzione dal governo Berlusconi del 2002 e che si vedono arrivare il licenziamento dal governo Berlusconi del 2008.
«Prenda nota, signor ministro Giulio Tremonti – non sono io a dirlo, ma è uno storico come Franco Cardini dalle colonne del «Secolo d’Italia» – ritirare l’appoggio alle Università è un modo di rubare ai poveri per dare ai ricchi. Un modo come infiniti altri. Ma è l’esatto contrario di quel che avrebbe voluto il ‘suo’ Robin Hood».
Il secondo errore è forse ancora più grave. Avete camuffato i tagli sotto le mentite spoglie di una «riformetta» che ha mortificato la dignità culturale e professionale dei docenti, la partecipazione dei genitori e degli studenti, la natura di comunità educante della scuola.
Voglio essere chiaro: ogni posizione conservatrice sulla scuola e l’Università è sbagliata. Abbiamo bisogno della scuola dell’autonomia e del merito. Di una scuola che abbia fiducia nella capacità di scelta dei ragazzi. Di una scuola guidata da un progetto educativo moderno e capace di promuovere opportunità sociali e merito, in un contesto di permanente, indipendente, valutazione di qualità.
I conservatori sono quelli che si preoccupano di sistemare piccoli particolari, come il grembiule e il ripristino dei voti. C’è bisogno invece di una radicale riforma.
E voglio dire che se c’è una materia sulla quale il Paese dovrebbe proiettare se stesso oltre le divisioni, è proprio una scelta di fondo della scuola e dell’Università. Non si può ad ogni cambio di ministro stravolgere la vita di milioni di famiglie, di ragazzi, maestri e professori.
E’ la sfida dell’innovazione della scuola, quella che ci interessa.
La scuola elementare italiana, una delle migliori del mondo, è il frutto di decenni di elaborazione pedagogica, teorica e sul campo. Che cultura, che pensiero, che innovazione c’è dietro il ritorno al maestro unico o all’abolizione per via di fatto del tempo pieno?
E davvero qualcuno pensa che il fenomeno del bullismo si possa risolvere con il voto in condotta? No. Non è così semplice, non è così banale. Dietro questi atteggiamenti c’è molto di più. Dietro il fatto che un bambino su cinque comincia a bere tra gli 11 e i 15 anni c’è davvero un vuoto più grande. C’è il degrado e sociale e il disagio familiare. C’è l’annoiarsi di fronte alla vita di chi forse è spinto a conoscere il prezzo ma certo non il valore delle cose.
Quel vuoto a noi spaventa. Per voi è indifferente. Perché vi è congeniale. L’avete alimentato con la vostra cultura dell’individualismo e dell’egoismo. Con il vostro fastidio per ogni regola morale. Con la vostra idea che contano non lo studio e il lavoro, ma solo il successo facile. Quello che si raggiunge anche senza saper far niente, basta apparire in televisione. Quello che si può ottenere in ogni modo, anche prendendo le scorciatoie e passando sopra gli altri.
Uno scrittore, che di mestiere fa anche il professore, ha raccontato così i pensieri di una sua studentessa, di una ragazza come tante della sua generazione: «Professore, ha presente il fascio di luce che d’improvviso avvolge l’ospite d’onore e lo separa dal buio? Quella chiazza bianca o gialla sul palcoscenico? Mi sono accorta – dice questa ragazza – che è piccola, un cerchio minimo. Tutti non ci possiamo entrare, e neanche parecchi. Lì c’è posto per pochissimi. Per gli altri c’è il buio, il niente, al massimo un posto in platea per applaudire chi ce l’ha fatta e crepare d’invidia. A me non piace stare da una parte ad applaudire agli altri. Oggi a nessuno piace. Ma non mi va nemmeno di uscire dal teatro e mettermi a battere chiodi o sudare per due lire come mio padre e mia madre. Io quella luce la voglio. Io li capisco quelli che bruciano le macchine a Parigi. Loro la luce se la fanno da soli, e il mondo li guarda, arrivano le telecamere e il buio non c’è più, non c’è più questo schifo di vita».
Questa cultura l’ha creata la destra. L’avete costruita voi. Non vi interessa la scuola perché la vostra scuola è la televisione. E la vostra diseducazione civile degli italiani rimbalza fin dentro le scuole.
Fa rabbrividire la mozione della Lega sulle classi differenziate per i bambini stranieri. «Famiglia cristiana» l’ha definita «la prima mozione razziale approvata dal Parlamento italiano».
Che nella scuola dell’obbligo ci siano classi separate o test d’ammissione per distinguere un bambino dall’altro è un danno per tutti. E’ un danno per i bambini italiani, che considereranno quei loro amici diversi da loro, introiettando un concetto foriero di catastrofi. E’ un danno drammatico per i bambini immigrati, che si sentiranno messi ai margini e respinti, e coltiveranno un senso di separatezza che potrà essere molto rischioso in primo luogo per la sicurezza della nostra società.
Quella mozione offende i bambini, umilia la scuola e il Parlamento. La questione dell’insegnamento dell’italiano ai bambini stranieri è una questione reale, che da anni la scuola elementare affronta con successo e che dovrà ancora di più saper affrontare, attraverso lo sviluppo dei corsi integrativi e non con la segregazione etnica.
Si chiama interculturalità. Ed è un altro esempio di come l’Italia sia migliore, molto migliore della destra che la governa.
E’ con l’Italia, allora, che dovete discutere e ragionare. Con la scuola e l’università, innanzitutto. E poi in Parlamento: aprendo quello spazio di confronto auspicato con la consueta saggezza dal Presidente Napolitano, cercando soluzioni condivise e perciò stesso durature, perché sottratte al conflitto politico immediato.
Noi vi facciamo una proposta: il Governo ritiri o sospenda il decreto attualmente in discussione in Parlamento, modifichi con la Legge Finanziaria le scelte di bilancio fatte col decreto e avvii subito un confronto con tutti i soggetti interessati, giovani studenti, famiglie, docenti. Fissando un tempo al termine del quale è legittimo che le decisioni siano prese.
E’ il tempo di dirsi chiaramente una cosa, anche autocriticamente: nella scuola e nell’Università italiana forse si spende male, ma certo si spende poco. E’ il cuore del futuro del Paese, e per questo voglio prendere un impegno: quando governeremo l’Italia, noi dovremo fare quello che in questi giorni ha detto il Presidente francese. E cioè un grande sforzo per l’istruzione, per la formazione dei giovani. Sarkozy ha annunciato che all’Università sarà progressivamente destinato il 50 per cento in più di risorse. E’ una assoluta priorità, che non si può non vedere e che non ha colore politico. Quando noi governeremo, faremo altrettanto.
Se le cose cambiano, va cambiato anche il modo di guardarle. Alla parola «costi» si deve sostituire la parola «investire».
Vale, questo, per la grande frontiera dell’ambiente, per il gigantesco problema del surriscaldamento globale, per la strada indispensabile delle energie rinnovabili.
Basta col pensare che tutto, quando si parla di questioni ambientali, sia solo un costo da sopportare. «Costi irragionevoli», ha detto il Presidente del Consiglio di fronte ai nostri partner europei.
L’ambiente e l’economia non sono nemici tra loro. Il Pil può salire mentre contemporaneamente aumenta la tutela della natura e migliora la qualità della vita. Anzi: il Pil sale solo se al centro dello sviluppo c’è la sostenibilità, c’è la riconversione dell’economia.
Davvero non si capisce perché se la Germania è riuscita a creare, nel comparto delle fonti rinnovabili, duecentomila posti di lavoro negli ultimi dieci anni, da noi non possa avvenire qualcosa di simile. O perché non sia possibile seguire l’esempio della California, che puntando sull’efficienza energetica ne ha creati un milione e mezzo.
E ad ogni modo: solo se gli impegni internazionali assunti dall’Italia saranno confermati, come è dovere di un grande paese europeo, sarà giusto studiare momenti di flessibilità per venire incontro alle esigenze delle imprese nell’attuale situazione.
Il Partito Democratico vuole essere il grande partito dell’ecologismo moderno, fatto non di pregiudizi antiscientifici, ma dall’idea che sia proprio l’ambiente, scegliendo la via della «rottamazione» del petrolio, della fine della dipendenza dai combustibili fossili, degli investimenti sulle fonti rinnovabili, del potenziamento del trasporto pubblico, a poter garantire la nostra ricchezza di oggi e il domani dei nostri figli.
Alle mie spalle, la vedete, c’è una bellissima frase di di Vittorio Foa: «pensare agli altri, oltre che a se stessi, e pensare al futuro, oltre che al presente».
Valgono, queste parole, per l’ambiente. E valgono per il drammatico corto circuito che nella nostra società si sta creando per colpa di un’equazione tanto ingiusta quanto sbagliata: più immigrazione uguale insicurezza, straniero uguale estraneo, diverso, «altro» da sé, minaccia per il proprio territorio, la propria casa, la propria incolumità. E quindi nemico da allontanare, da respingere, da cacciare.
Non ci stancheremo mai di ripeterlo e mai di fare di tutto per rendere concreto questo principio: la sicurezza è un diritto fondamentale di ogni cittadino. Chiunque lo colpisce va perseguito, qualunque sia la sua nazionalità. E basta con la vergogna di troppi delinquenti, non importa se italiani o stranieri, arrestati dalla polizia e poi scarcerati dopo pochi giorni, o di condannati che evitano il carcere grazie a una serie infinita di premi e benefici.
Però quell’equazione no, non si può fare. Non si può negare uno dei fondamenti della nostra civiltà: sono gli individui che commettono un crimine che vanno puniti. Mai i gruppi, mai le comunità etniche, sociali o religiose.
La madre del razzismo è la paura. Il problema è che ad alimentarla c’è anche l’uso politico dell’immigrazione. Il massimo dell’ipocrisia in chi, come il governo, dovrebbe avere l’onestà di dire che da quando ci sono loro gli sbarchi sono raddoppiati, le espulsioni sono ferme e si sta creando una nuova bolla di clandestinità.
La paura, ha detto bene Ilvo Diamanti, «paga». In termini elettorali e di consenso, almeno nell’immediato. «Per contrastare il razzismo», ha scritto ancora Diamanti, «si dovrebbe combattere la paura. Invece viene lasciata crescere in modo incontrollato. E molti, troppi, la coltivano, questa pianta dai frutti avvelenati che cresce nel giardino di casa nostra».
Molti, troppi episodi si sono verificati negli ultimi mesi, nelle ultime settimane. Di quasi tutti si è detto «il razzismo non c’entra». Ma non è razzismo l’assassinio di Abdoul, ucciso per una scatola di biscotti al grido di «sporco negro»? Non ci sono l’ignoranza, l’estraneità e l’ostilità verso «l’altro» dietro l’aggressione di un ragazzo cinese alla fermata di un autobus? Non dobbiamo pensare che ci sia razzismo dietro il fermo violento da parte dei vigili e il pestaggio di Emanuel? Dietro quel negargli persino il cognome?
E c’è un episodio che mi ha colpito particolarmente. In una scuola di una provincia italiana i bambini avevano disegnato, insieme alle loro maestre, delle sagome da mettere vicino alle strisce pedonali per dire agli automobilisti di rallentare. Queste sagome ritraevano loro. Erano bambini e bambine. Erano di colori diversi. Qualcuno deve aver pensato che c’era qualcosa di sbagliato nel fatto che ci fossero ritratti di bambini neri e di bambini bianchi insieme, e ha pensato di andare, di notte, a sbiancare con la vernice le sagome scure. Razzismo strisciante, vigliaccheria e pretesa di insegnare la propria aberrante idea di ciò che è giusto: il peggio del peggio riunito in un solo gesto.
Ecco qualcosa di fronte al quale noi non siamo e non saremo mai indifferenti. Qualcosa che noi combattiamo e combatteremo sempre.
L’Italia non è non sarà mai un Paese razzista.
E domando: la libertà e la democrazia non sono diminuite e ferite quando si ripetono atti di odiosa e intollerabile omofobia, che allontanano le nostre possibilità di convivenza civile e allargano il discrimine che vive sulla propria pelle chi non gode di leggi di pari opportunità e non è adeguatamente tutelato contro i reati d’odio?
L’Italia è un paese migliore della destra che la governa. La sua storia racconta un paese migliore.
Un bravo giornalista lo ha detto bene. Nei decenni successivi alla guerra, i nostri dialetti erano lingue ben strutturate, che resistevano tenacemente alla penetrazione dell’italiano. Allora nessuna Lega pensò di differenziare i ragazzi. Nessun ministro italiano immaginò mai di separare i piemontesi dai calabresi, i lombardi dai siciliani, i veneti dagli abruzzesi. Eppure quella era un’Italia nettamente divisa in classi, piena non solo di differenze linguistiche ma di diseguaglianze sociali. Ma quell’Italia non fu mai razzista, non fu mai «differenziata».
L’Italia non può diventare questo proprio oggi, nel tempo che vede incrociarsi culture, popoli e persone. Noi non permetteremo che accada. Noi continueremo a credere che alla paura e anche alla sua percezione va data risposta, e che insieme va data risposta a chi arriva qui, lavora onestamente, e chiede integrazione, chiede diritti civili, chiede di poter votare, a cominciare dalle amministrative.
L’Italia è un Paese migliore della destra che la governa.
Moltiplicano l’ingiustizia in un Paese ingiusto.
Scelgono l’immobilismo in un Paese fermo.
Alimentano l’odio in un Paese diviso.
Cavalcano la paura in un Paese spaventato.
Ma l’Italia, nonostante tutto, resta migliore.
Stanno facendo dell’Italia un deserto di valori e la chiamano sicurezza.
Stanno cercando di creare un pensiero unico e lo chiamano gradimento, consenso.
Stanno calpestando principi e regole della vita democratica e la chiamano decisione.
Ma l’Italia, nonostante tutto, resta migliore.
C’è l’Italia delle 250 mila persone che con una firma si sono strette attorno ad un ragazzo di ventotto anni che rischia ogni giorno la vita e che continua a combattere contro la camorra con le sole armi che possiede e vuole usare: la passione civile, il coraggio delle idee e la straordinaria forza della scrittura, che arriva lì dove la violenza e la stupidità di uomini che non valgono nulla non arriveranno mai.
A Roberto Saviano va il grazie di tutti noi che oggi siamo qui in questa piazza.
Lo stesso grazie va alle forze dell’ordine, ai magistrati, agli imprenditori coraggiosi e alle associazioni che ogni giorno contrastano l’illegalità, resistono alla sopraffazione, tengono viva la speranza. Ad ognuno di loro va il grazie di tutti gli italiani onesti e perbene, di tutti coloro che non si rassegnano a pensare che le cose continueranno ad andare così perché così è sempre stato e nulla può cambiare.
Un’altra Italia è possibile. L’Italia della legalità, e non della furbizia. L’Italia della responsabilità, e non dell’esclusivo interesse personale. L’Italia del merito, e non dei favori. L’Italia della solidarietà, e non dell’egoismo. L’Italia dell’innovazione, e non della conservazione.
Oggi da questo luogo meraviglioso noi vogliamo far arrivare agli italiani un messaggio di fiducia.
Le cose possono cambiare. Le cose cambieranno. Non c’è rassegnazione che non possa cedere il passo alla speranza. Non c’è paura che non possa essere vinta dalla consapevolezza di sé e dall’apertura agli altri. Non c’è buio dopo il quale non venga la luce.
E allora dell’Italia tornerà a vedersi tutto il meglio. La civiltà di un popolo che sa accogliere ed includere. La creatività e il talento di generazioni di donne e di uomini che hanno sempre cercato il nuovo. Il coraggio di chi ha traversato il mare, di chi ha lasciato la propria terra per lavorare e fare più ricco il Paese. La tenacia di chi ha rischiato per fare impresa e di chi si sacrifica per difendere legalità e sicurezza.
E’ la nostra meravigliosa Italia. Quella che è stata e quella che può essere. Quella che sarà con il nostro lavoro, il nostro coraggio, la nostra voglia di futuro.
Un’altra Italia è possibile. La faremo insieme
giovedì 25 dicembre 2008
Siccome sono un ingegnere...
Siccome sono un ingegnere rompo i coglioni
Siccome sono un ingegnere ho la flessibilità mentale di una parete di granito
Siccome sono un ingegnere io ho ragione e tu hai torto
Siccome sono un ingegnere le cose si possono fare in una maniera sola. La mia!
Siccome sono un ingegnere tutto quello che non è ingegneria e una cazzata
Siccome sono un ingegnere io sono il migliore
Siccome sono un ingegnere tu devi fare le cose che ti dico io, quando lo dico io e soprattutto come lo dico io. Come, tu sei il capo... oh cazzo!! Ma non importa, perchè tu non sei un ingegnere. Cosa vuol dire 'licenziato'? Io sono laureato, anzi iscritto all'albo. La licenza media l'ho presa tanti anni fa, anni di faticoso studio prima di diventare, finalmente, ingegnere, cosa che Lei non è. Cosa vuol dire 'fuori dai coglioni????' Fuori di quanto? E in quanto tempo? E quanti sono i coglioni? Di che dimensione? Di che colore?...
Siccome sono un ingegnere la precisione è tutto
Siccome sono un ingegnere la fantasia... la fantache?? è un aranciata?
Siccome sono un ingegnere, anche l'amore è solo un fatto tecnico. Anzi, spostati di 7.12 cm più a destra... Cosa dici, cara, mi lasci?? Ma è impossibile! Lasciare un ingegnere???
Siccome sono un ingegnere non ho più letto un libro in vita mia. Una volta che uno è ingegnere, cosa deve sapere di più??
Siccome sono un ingegnere il tubo della lavatrice lo riparo io
Siccome sono un ingegnere oggi sono troppo occupato per riparare il tubo della lavatrice
Siccome sono un ingegnere se la lavatrice dopo che la ho riparata io non funziona ancora, vuol dire che l'hanno progettata male. Sicuramente non era un ingegnere.
Siccome sono un ingegnere, chiunque non lo sia e un idiota
Siccome sono un ingegnere, l'unica cosa che importa è 'quanto costa?'
Siccome sono un ingegnere non mi chiedo mai perchè... anche perchè se me lo fossi chiesto, non sarei un ingegnere
Siccome sono un ingegnere non sono UN PIRLA
Siccome sono un ingegnere l'uomo giusto per te sono io, quindi molla quel tipo della Bocconi
Siccome sono un ingegnere l'ultima parola spetta a me
Siccome sono un ingegnere si guarda in TV quello che dico io, tutto il resto sono scemenze
Siccome sono un ingegnere non mi serve la calcolatrice
Siccome sono un ingegnere ho diritto a essere servito per primo
Siccome sono un ingegnere la posizione di questa notte la decido io, mettiti a pi greco mezzi in coordinate polari
Siccome sono un ingegnere non ho vita sociale e posso dimostrarlo matematicamente
Conosco perfettamente il calcolo vettoriale, ma non ricordo come fare una divisione a mano
Siccome sono un ingegnere ridacchio ogni volta che sento parlare di Forza Centrifuga
Siccome sono un ingegnere conosco ogni singola funzione della calcolatrice grafica
Siccome sono un ingegnere quando mi guardo allo specchio, vedo un laureando in Ingegneria
Siccome sono un ingegnere se fuori è bello e ci sono 30 gradi, sto in casa a lavorare sul computer
Siccome sono un ingegnere fischietto di frequente il motivetto di Mac Gyver
Siccome sono un ingegnere studio per gli esami anche il sabato sera
Siccome sono un ingegnere so derivare il flusso dell'acqua della vasca da bagno e integrare il volume richiesto dagli ingredienti del pollo arrosto
Siccome sono un ingegnere penso matematicamente
Siccome sono un ingegnere ho calcolato che la Serie A del campionato diverge per A sufficientemente grande
Siccome sono un ingegnere se posso cerco di non fissare troppo gli oggetti, perché temo di interferire con le loro funzioni d'onda
Siccome sono un ingegnere ho un micio con il nome di uno scienziato
Siccome sono un ingegnere rido alle barzellette sui matematici
Siccome sono un ingegnere sono ricercato dalla Protezione Animali perché ho tentato l'esperimento di Schroedinger sul proprio gatto
Siccome sono un ingegnere traduco direttamente l'italiano in formato binario
Siccome sono un ingegnere non riesco proprio a ricordarmi cosa ci sia dietro la porta del Centro di Calcolo marcata EXIT
Siccome sono un ingegnere cerco di muovermi il meno possibile per non contribuire alla morte entropica dell'Universo
Siccome sono un ingegnere considero qualsiasi altro corso non scientifico troppo facile
Siccome sono un ingegnere quando il professore chiede la consegna del progetto, dichiaro di essere riuscito a calcolarne il momento vibrazionale in modo così esatto, che, secondo il principio di Heisenberg, esso potrebbe trovarsi in qualsiasi punto dell'universo
Siccome sono un ingegnere assumo come ipotesi di lavoro che un cavallo possa approssimarsi ad una sfera per semplificare i conti
Siccome sono un ingegnere rido ad almeno cinque punti di questa lista
Siccome sono un ingegnere faccio una copia di questo file, e lo pubblico sul mio blog
Siccome sono ingegnere, il jackpot del superenalotto lo scrivo 8E+07 €
Siccome sono un ingegnere il problema è che ho ragione io
Siccome sono un'ingegnere se ballo la salsa penso al momento torcente!!!
Siccome sono ingegnere nn dico mai ke lavoro faccio e/o farò!!!
Siccome sono un ingegnere la lista i biglietti di auguri li scrivo in autocad!
Siccome sono un ingegnere la precisione dell'approssimazione è tutto
Siccome sono un ingegnere sono in uno stato asintoticamente instabile
Siccome sono un Ingegnere lascio agli altri la convinzione che siamo noi gli sfigati
Siccome sono un ingegnere sono flessibilie come un tondino del 13!!!
Siccome sono un ingegnere in prima approssimazione linearizzo e valuto l'ordine di grandezza...tanto poi mi tutelo con un ragionevole coefficiente di sicurezza!
Siccome sono un Ingegnere, ottimizzo il tempo di visita al mio facebook in tre sessioni di 4'36'' cadauna alle 8.30, 14.30, 18.30
Siccome sono un ignegnere ... se riparo una cosa non ancora rotta ... è perchè la sto migliorando!!!
Siccome sono un (quasi) ingegnere, condivido la massima trovata su un muro della facoltà "fica fica pussa via, fammi fare ingegneria"!
[{ chiedo perdono a tutte le ragazze, ma è troppo carina!}]
Siccome sono un ingegnere non vivo,funziono!
Siccome sono un ingegnere, mi gioco il tutto al quadrato (= tutto per tutto)
Siccome sono un ingegnere...con il pane integrale dovrei mettere la derivata del prosciutto???
Siccome sono un ingegnere per ricordarmi i codici dei bancomat ho impostato un foglio di excel!!!
Siccome sono ingegnera per mettere un punto sulla camicia..ricerco prima le sue cordinate cartesiane!
Siccome sono un ingegnere...faccio i conti a spanne
siccome sono ingengnere al prossimo che dice:" io so usare il pc infatti mando e-mail,scrivo con word e so mettere le formule in excel!!!!" gli ficco un banco di ram nelle orecchie, un processore in bocca e un mouse da un'altra parte in modo tale da tappargli qualsiasi pertugio ed impedirgli di continuare a dire ca**ate
Siccome sono un Ingegnere, il principio di Archimede lo sapevo fare anche io. Lui è solo nato prima.
Siccome sono ingegnere... "ARCHITETTO chi molla!"
Siccome sono un ingegnere......
non le ho mica lette tutte. Ho eseguito un controllo di qualità random!!
siccome sono un ingegnere datemi un MOMENTO che mi SFORZO per darci un TAGLIO...cedevolezze e distorsioni sono vincoli che non appartengono al nostro [dominio]...ci definiscono pazzi per giustificare il loro livello "basso"livello mentale!!!
Siccome son un ingegnere...pensavo che i derivati del latte fossero continui in un intervallo chiuso;
siccome sono ingegnere so bene che se mi parlano di banda passante non necessariamente è festa in paese;
Siccome sono un ingegnere so bene che il fattore di potenza non è un contadino della Basilicata;
Siccome sono un ingegnere...digito ergo sum...
Siccome sono un ingegnere quando qualcuno mi dice che dalla finestra entra il freddo sorrido;
Siccome sono un ingegnere il bicchiere non è mezzo vuoto né mezzo pieno: è due volte più grande del necessario;
Siccome sono ingegnere 2+2 fa circa 4;
Siccome sono ingegnere..farò + soldi dei matematici e dei fisici usando i loro teoremi;
Siccome sono ingegnere ho rivalutato il significato della parola BANALE!
Siccome sono ingegnere posso fare il mio ingresso nella comune società solo mediante uso di alcolici che uniformino il mio quozionte intellettivo a quello degli altri;
Siccome sono un ingegnere, non taglio in fettine sufficientemente piccole il salame... LO DERIVO !!
Siccome sono un ingegnere, per me norton non è solo un antivirus ma è soprattutto un teorema;
siccome sono n ingegnere non mi serve a nulla copiare il compito...lo devo soprattutto incollare!
Siccome sono un ingegnere.....alle feste della matematica non perdo tempo a far socializzare l'esponenziale (dalla famosa barzelletta);
Siccome sono ingegnere per me un orso polare è un orso rettangolare che ha cambiato le sue coordinate;
Siccome sono un ingegnere so sempre trovare il punto G grazie all'apposita formula...;
Siccome sono un ingegnere, per complimentarmi per il gruppo, non mi rivolgo al fondatore, ma all'unica ragazza fra gli amministratori;
Siccome sono un ingegnere ho contato fino all'infinito per ben due volte, come Chuck Norris, infatti anche lui è un ingegnere!!
*\\questo post è un atto dovuto visto le circostanze
Siccome sono un ingegnere ho la flessibilità mentale di una parete di granito
Siccome sono un ingegnere io ho ragione e tu hai torto
Siccome sono un ingegnere le cose si possono fare in una maniera sola. La mia!
Siccome sono un ingegnere tutto quello che non è ingegneria e una cazzata
Siccome sono un ingegnere io sono il migliore
Siccome sono un ingegnere tu devi fare le cose che ti dico io, quando lo dico io e soprattutto come lo dico io. Come, tu sei il capo... oh cazzo!! Ma non importa, perchè tu non sei un ingegnere. Cosa vuol dire 'licenziato'? Io sono laureato, anzi iscritto all'albo. La licenza media l'ho presa tanti anni fa, anni di faticoso studio prima di diventare, finalmente, ingegnere, cosa che Lei non è. Cosa vuol dire 'fuori dai coglioni????' Fuori di quanto? E in quanto tempo? E quanti sono i coglioni? Di che dimensione? Di che colore?...
Siccome sono un ingegnere la precisione è tutto
Siccome sono un ingegnere la fantasia... la fantache?? è un aranciata?
Siccome sono un ingegnere, anche l'amore è solo un fatto tecnico. Anzi, spostati di 7.12 cm più a destra... Cosa dici, cara, mi lasci?? Ma è impossibile! Lasciare un ingegnere???
Siccome sono un ingegnere non ho più letto un libro in vita mia. Una volta che uno è ingegnere, cosa deve sapere di più??
Siccome sono un ingegnere il tubo della lavatrice lo riparo io
Siccome sono un ingegnere oggi sono troppo occupato per riparare il tubo della lavatrice
Siccome sono un ingegnere se la lavatrice dopo che la ho riparata io non funziona ancora, vuol dire che l'hanno progettata male. Sicuramente non era un ingegnere.
Siccome sono un ingegnere, chiunque non lo sia e un idiota
Siccome sono un ingegnere, l'unica cosa che importa è 'quanto costa?'
Siccome sono un ingegnere non mi chiedo mai perchè... anche perchè se me lo fossi chiesto, non sarei un ingegnere
Siccome sono un ingegnere non sono UN PIRLA
Siccome sono un ingegnere l'uomo giusto per te sono io, quindi molla quel tipo della Bocconi
Siccome sono un ingegnere l'ultima parola spetta a me
Siccome sono un ingegnere si guarda in TV quello che dico io, tutto il resto sono scemenze
Siccome sono un ingegnere non mi serve la calcolatrice
Siccome sono un ingegnere ho diritto a essere servito per primo
Siccome sono un ingegnere la posizione di questa notte la decido io, mettiti a pi greco mezzi in coordinate polari
Siccome sono un ingegnere non ho vita sociale e posso dimostrarlo matematicamente
Conosco perfettamente il calcolo vettoriale, ma non ricordo come fare una divisione a mano
Siccome sono un ingegnere ridacchio ogni volta che sento parlare di Forza Centrifuga
Siccome sono un ingegnere conosco ogni singola funzione della calcolatrice grafica
Siccome sono un ingegnere quando mi guardo allo specchio, vedo un laureando in Ingegneria
Siccome sono un ingegnere se fuori è bello e ci sono 30 gradi, sto in casa a lavorare sul computer
Siccome sono un ingegnere fischietto di frequente il motivetto di Mac Gyver
Siccome sono un ingegnere studio per gli esami anche il sabato sera
Siccome sono un ingegnere so derivare il flusso dell'acqua della vasca da bagno e integrare il volume richiesto dagli ingredienti del pollo arrosto
Siccome sono un ingegnere penso matematicamente
Siccome sono un ingegnere ho calcolato che la Serie A del campionato diverge per A sufficientemente grande
Siccome sono un ingegnere se posso cerco di non fissare troppo gli oggetti, perché temo di interferire con le loro funzioni d'onda
Siccome sono un ingegnere ho un micio con il nome di uno scienziato
Siccome sono un ingegnere rido alle barzellette sui matematici
Siccome sono un ingegnere sono ricercato dalla Protezione Animali perché ho tentato l'esperimento di Schroedinger sul proprio gatto
Siccome sono un ingegnere traduco direttamente l'italiano in formato binario
Siccome sono un ingegnere non riesco proprio a ricordarmi cosa ci sia dietro la porta del Centro di Calcolo marcata EXIT
Siccome sono un ingegnere cerco di muovermi il meno possibile per non contribuire alla morte entropica dell'Universo
Siccome sono un ingegnere considero qualsiasi altro corso non scientifico troppo facile
Siccome sono un ingegnere quando il professore chiede la consegna del progetto, dichiaro di essere riuscito a calcolarne il momento vibrazionale in modo così esatto, che, secondo il principio di Heisenberg, esso potrebbe trovarsi in qualsiasi punto dell'universo
Siccome sono un ingegnere assumo come ipotesi di lavoro che un cavallo possa approssimarsi ad una sfera per semplificare i conti
Siccome sono un ingegnere rido ad almeno cinque punti di questa lista
Siccome sono un ingegnere faccio una copia di questo file, e lo pubblico sul mio blog
Siccome sono ingegnere, il jackpot del superenalotto lo scrivo 8E+07 €
Siccome sono un ingegnere il problema è che ho ragione io
Siccome sono un'ingegnere se ballo la salsa penso al momento torcente!!!
Siccome sono ingegnere nn dico mai ke lavoro faccio e/o farò!!!
Siccome sono un ingegnere la lista i biglietti di auguri li scrivo in autocad!
Siccome sono un ingegnere la precisione dell'approssimazione è tutto
Siccome sono un ingegnere sono in uno stato asintoticamente instabile
Siccome sono un Ingegnere lascio agli altri la convinzione che siamo noi gli sfigati
Siccome sono un ingegnere sono flessibilie come un tondino del 13!!!
Siccome sono un ingegnere in prima approssimazione linearizzo e valuto l'ordine di grandezza...tanto poi mi tutelo con un ragionevole coefficiente di sicurezza!
Siccome sono un Ingegnere, ottimizzo il tempo di visita al mio facebook in tre sessioni di 4'36'' cadauna alle 8.30, 14.30, 18.30
Siccome sono un ignegnere ... se riparo una cosa non ancora rotta ... è perchè la sto migliorando!!!
Siccome sono un (quasi) ingegnere, condivido la massima trovata su un muro della facoltà "fica fica pussa via, fammi fare ingegneria"!
[{ chiedo perdono a tutte le ragazze, ma è troppo carina!}]
Siccome sono un ingegnere non vivo,funziono!
Siccome sono un ingegnere, mi gioco il tutto al quadrato (= tutto per tutto)
Siccome sono un ingegnere...con il pane integrale dovrei mettere la derivata del prosciutto???
Siccome sono un ingegnere per ricordarmi i codici dei bancomat ho impostato un foglio di excel!!!
Siccome sono ingegnera per mettere un punto sulla camicia..ricerco prima le sue cordinate cartesiane!
Siccome sono un ingegnere...faccio i conti a spanne
siccome sono ingengnere al prossimo che dice:" io so usare il pc infatti mando e-mail,scrivo con word e so mettere le formule in excel!!!!" gli ficco un banco di ram nelle orecchie, un processore in bocca e un mouse da un'altra parte in modo tale da tappargli qualsiasi pertugio ed impedirgli di continuare a dire ca**ate
Siccome sono un Ingegnere, il principio di Archimede lo sapevo fare anche io. Lui è solo nato prima.
Siccome sono ingegnere... "ARCHITETTO chi molla!"
Siccome sono un ingegnere......
non le ho mica lette tutte. Ho eseguito un controllo di qualità random!!
siccome sono un ingegnere datemi un MOMENTO che mi SFORZO per darci un TAGLIO...cedevolezze e distorsioni sono vincoli che non appartengono al nostro [dominio]...ci definiscono pazzi per giustificare il loro livello "basso"livello mentale!!!
Siccome son un ingegnere...pensavo che i derivati del latte fossero continui in un intervallo chiuso;
siccome sono ingegnere so bene che se mi parlano di banda passante non necessariamente è festa in paese;
Siccome sono un ingegnere so bene che il fattore di potenza non è un contadino della Basilicata;
Siccome sono un ingegnere...digito ergo sum...
Siccome sono un ingegnere quando qualcuno mi dice che dalla finestra entra il freddo sorrido;
Siccome sono un ingegnere il bicchiere non è mezzo vuoto né mezzo pieno: è due volte più grande del necessario;
Siccome sono ingegnere 2+2 fa circa 4;
Siccome sono ingegnere..farò + soldi dei matematici e dei fisici usando i loro teoremi;
Siccome sono ingegnere ho rivalutato il significato della parola BANALE!
Siccome sono ingegnere posso fare il mio ingresso nella comune società solo mediante uso di alcolici che uniformino il mio quozionte intellettivo a quello degli altri;
Siccome sono un ingegnere, non taglio in fettine sufficientemente piccole il salame... LO DERIVO !!
Siccome sono un ingegnere, per me norton non è solo un antivirus ma è soprattutto un teorema;
siccome sono n ingegnere non mi serve a nulla copiare il compito...lo devo soprattutto incollare!
Siccome sono un ingegnere.....alle feste della matematica non perdo tempo a far socializzare l'esponenziale (dalla famosa barzelletta);
Siccome sono ingegnere per me un orso polare è un orso rettangolare che ha cambiato le sue coordinate;
Siccome sono un ingegnere so sempre trovare il punto G grazie all'apposita formula...;
Siccome sono un ingegnere, per complimentarmi per il gruppo, non mi rivolgo al fondatore, ma all'unica ragazza fra gli amministratori;
Siccome sono un ingegnere ho contato fino all'infinito per ben due volte, come Chuck Norris, infatti anche lui è un ingegnere!!
*\\questo post è un atto dovuto visto le circostanze
martedì 16 dicembre 2008
Julia Moon in Pennsylvania prima parte
Un giorno non molto lontano una bellissima ragazza di nome Julia Moon si trovava nello stato federato della Pennsylvania, voleva conoscere l'allora sconosciuto neo - senatore dell'Illinois il quale si trovava li, in quel periodo, per una convention di Partito, era curiosa di sapere quali motivazioni spingevano un giovane avvocato di Windy City ormai in rampa di lancio ad abbandonare la propria carriera, il proprio studio legale e, per importanti porzioni di tempo, la moglie oltre che due figlie piccole, per impegnarsi in politica, un mondo che, agli occhi della gente, appare sporco e da tenere il piu’ lontano possibile.
Sfortunatamente per Julia, nono potevano accedere all ’ assemblea i giornalisti che non fossero accreditati, così decise di attendere la chiusura dei lavori della giornata in un pub nelle immediate vicinanze, per aver modo di annotare qualche domanda da fare spulciando il Wsj comprato all’edicola dell’angolo. Julia, da buona giornalista, non riusciva a smettere di pensare che molla può scattare nella testa di un uomo che sceglie di lavorare per il prossimo, impegnarsi per il bene comune rinunciando a dei guadagni piu’ sostanziosi in una stagione particolarmente difficile nell’economia americana(un Pil che al tempo cresceva meno delle attese a fronte di competitors sempre piu’ agguerriti),della sicurezza(a causa della turbolenza ideologica globale sganciatasi dalla dittatura dei due blocchi), dell’immagine delle proprie istituzioni(con un consenso mai così basso all’estero e nello stesso Paese).
Uscendo dal pub, Julia, passeggia per l’isolato tormentata da questo e altri interrogativi fino a fermarsi istintivamente ad osservare un match di basket in un campetto all’aperto che fiancheggia la main road, era una semplice partita fra amici che si rilassavano praticando lo sport piu’ popolare d’America, non erano dei ragazzini bensì degli uomini fatti e finiti che si divertivano a correre dietro ad una palla in pantaloncini, con una surreale spensieratezza – pensava Julia – vista la tragica situzione in cui sembrava sprofondare il Paese. Quando i quattro amici si sedettero a bordocampo per una pausa tecnica non poterono fare a meno di notare quella ragazza che aldilà della recinzione li osservava e, con ampi gesti delle braccia, la invitarono ad aggregarsi al gruppo. Julia timorosa ma incuriosita non si fece pregare, appena il tempo di estrarre dalla borsa un block notes, una penna e li raggiunse.
Sfortunatamente per Julia, nono potevano accedere all ’ assemblea i giornalisti che non fossero accreditati, così decise di attendere la chiusura dei lavori della giornata in un pub nelle immediate vicinanze, per aver modo di annotare qualche domanda da fare spulciando il Wsj comprato all’edicola dell’angolo. Julia, da buona giornalista, non riusciva a smettere di pensare che molla può scattare nella testa di un uomo che sceglie di lavorare per il prossimo, impegnarsi per il bene comune rinunciando a dei guadagni piu’ sostanziosi in una stagione particolarmente difficile nell’economia americana(un Pil che al tempo cresceva meno delle attese a fronte di competitors sempre piu’ agguerriti),della sicurezza(a causa della turbolenza ideologica globale sganciatasi dalla dittatura dei due blocchi), dell’immagine delle proprie istituzioni(con un consenso mai così basso all’estero e nello stesso Paese).
Uscendo dal pub, Julia, passeggia per l’isolato tormentata da questo e altri interrogativi fino a fermarsi istintivamente ad osservare un match di basket in un campetto all’aperto che fiancheggia la main road, era una semplice partita fra amici che si rilassavano praticando lo sport piu’ popolare d’America, non erano dei ragazzini bensì degli uomini fatti e finiti che si divertivano a correre dietro ad una palla in pantaloncini, con una surreale spensieratezza – pensava Julia – vista la tragica situzione in cui sembrava sprofondare il Paese. Quando i quattro amici si sedettero a bordocampo per una pausa tecnica non poterono fare a meno di notare quella ragazza che aldilà della recinzione li osservava e, con ampi gesti delle braccia, la invitarono ad aggregarsi al gruppo. Julia timorosa ma incuriosita non si fece pregare, appena il tempo di estrarre dalla borsa un block notes, una penna e li raggiunse.
lunedì 10 novembre 2008
CHANGE WILL BE
Eccoci qui a commentare la valanga democratica nelle Presidenziali 2008,la notte elettorale conclusasi all'alba per i democratici che seguivano dall'Italia ,questa ''battaglia'' fra i rossi e i blu con molti piu significati di quanto abbiano mai avuto delle elezioni in tutta la storia del Paese, gli Stati Uniti d'America. Il Corriere si sbilancia e titola già: "La lunga notte di Obama" anche se quando era in stampa non v'era alcuna certezza e i giochi ancora apertissimi, dopo le confortanti e scontate affermazioni negli stati del nord della East Cost infatti iniziavano a tingersi di rosso gli stati storicamente repubblicani e perduravano le non assegnazioni degli stati chiave, Florida Ohio e Pennsylvania in testa, delineandosi così un testa a testa simile a quello che contrassegnò le elezioni del 2000.
Si giustificano così i boati e gli applausi a Phoenix nel quartier generale dei repubblicani dove i sostenitori del binomio conservatore Mccain-Palin accolgono la conquista della Georgia e del Kentucky. La festa dura poco però arrivano infatti le notizie che i democratici(che stavano deprimendosi dopo delle proiezioni iniziali con parziale negativo)attendevano che risollevano le speranze al popolo che chiede di cambiare. Iowa, Illiois, Wisconsin diventano blu nei mega-schermi, sono assegnate ad Obama, poco dopo c'è il colpo del k.o e che ferma l'allestimento del palco per festeggiare un eventuale vittoria di Mccain, il "Combattente" sperava e ci credeva come il 'popolo rosso' accorso in massa ad ogni suo meeting durante tutta la campagna elettorale.
Il fatidico colpo basso, che fa pensare subito alla cavalcata di Obama verso la Sala Ovale, arriva dall'Ohio, è in questo Stato da cui deve passare il futuro inquilino della Casa Bianca, brutte notizie per Mccain, mai nessun candidato nella storia è diventato presidente senza l'Ohio. Non è solo una questione scaramantica, sono altri 20 Grandi Elettori che vengono assegnati al Senatore dell’Illinois dei 270 necessari per essere proclamato 44-esimo presidente della storia. In rapida successione con l’avanzamento percentuale delle schede scrutinate inizia a delinearsi sempre piu chiaramente il destino degli stati chiave ai fini dell’esito finale, permettendo da prima di fare proiezioni sempre piu veritiere e poi di poter assegnare tali stati e relativi Grandi Elettori, sono rispettivamente Florida, Virginia, Iowa, Indiana e Pennsylvania. Ed è quest’ultimo Stato che merita un approfondimento sul clima elettorale vissuto in queste ultime bollenti settimane di campagna nonché delle feroci polemiche che si sono scatenate, per far proprio questo particolare Stato che porta si in dote 21 Grandi Elettori ma che ha in nuce dei valori specifici che vanno aldilà dei semplici consensi. La Pennsylvania stato in bilico nei sondaggi ha quel valore aggiunto che darà un significato diverso a seconda di chi riuscirà ad accaparrarselo, è uno stato dove l’elettore medio è l’operaio bianco, è qui dove con maggiore insistenza ha puntato Mccain e dove alle Primarie Democratiche Obama era arrivato addirittura terzo per i consensi dietro Hillary Clinton e John Edwards, i repubblicani hanno usato ogni mezzo per catalizzare i consensi democratici andati alla Clinton ed è quindi questo successo dei blu a sconfessare le ipotesi della prima ora che volevano una fuga di consensi a favore dell’Elefante dovuto allo scontro troppo forte e prolungato fra i due candidati democratici. Obama ha conquistato anche i sostenitori di Hillary come i Latinos e piu in generale del voto cattolico favorito da una posizione netta nei confronti dei matrimoni gay.
Barack Obama a metà delle operazioni di scrutinio negli stati centrali è già saldamente in testa, raggiunge i 195 Grandi Elettori già assegnatili e non siamo ancora giunti alla West Cost, tradizionalmente democratica. Ma è noto come delle fughe che possono apparire irresistibili possano fermarsi ad un passo dal traguardo. I pronostici della vigilia non erano mai stati così incerti tranne del dichiarare possibile vincitore Obama, il range però della casistica variava dalla vittoria sul filo di lana di Mccain alla vittoria a valanga del Senatore dell’Illinois.
Dal Texas passa la risposta alle domande che entrambi gli sfidanti si pongono, e ne determina la consistenza dell’azione. Qui dove ci si attende una facile vittoria dei repubblicani(siamo in casa Bush), Mccain strappa un 55%, un dato eloquente che ridisegna i scenari, la valanga c’è ed è storica.
Infatti New Mexico, Colorado e Nevada vedono imporsi i democratici ed è a questo punto che sugli schermi di tutte le emittenti statunitensi e internazionale che seguono la sfida presidenziale appare l’annuncio, Barack Hussein Obama è il nuovo presidente eletto degli Stati Uniti d’America. In via ufficiosa ovviamente, manca ancora poco per raggiungere i fatidici 270 Grandi Elettori, viene dichiarato presidente in virtu’ delle proiezioni secondo che lo vedrebbero eletto nella costa ovest tradizionalmente favorevole al Partito Democratico, sono circa le ore 22 (4 italiane), la tensione si allenta, ora la vittoria è certa, basta solo attendere, per l’ufficialità dell’evento, i risultati della California, Oregon, Washington, Hawaii.
Un’ora dopo le prime proiezioni su tali stati sembrano confermare le ipotesi, a Chicago come nel resto degli USA e nei cuori di tutti i Democratici del mondo si sprigiona una gioia indescrivibile. Second City per una notte è al centro dell’attenzione come ai tempi di Micheal Jordan coi Bulls viene da pensare ma no, non è così, stanotte si è accesa una fiamma qui nella Città del Vento, che non si spegnerà e sarà destinata ad illuminare ed indicare la via ad una grande nazione come gli Stati Uniti, sarebbe però limitativo pensare che ciò non influirà e che non produrrà deflagrazioni democratiche in tutto il mondo, animate non solo dalla speranza che in futuro le cose possano migliorare ma dal fatto che esiste ed è sempre esistita una tradizione politica che si basa sulla semplice idea che condividiamo interessi comuni e che quello che ci unisce è piu’ grande di quello che ci divide.
La consapevolezza che siamo sulla stessa barca, che saliamo e cadiamo insieme, che non esistono interessi particolari piu importanti degli interessi globali.
Ed è a mezzanotte che a Chicago, davanti ad una folla oceanica, Obama tiene il suo primo discorso da Neo - Presidente Eletto, e, come sempre, le sue parole sono di ringraziamento ai suoi cari, al suo popolo che lo ha eletto, è chiamato ad affrontare la situazione economica piu’ grave dal dopoguerra, una situazione sociale, ambientale oltre che energetica e demografica(sulla quale ha meno poteri del Papa ahinoi) senza precedenti.
Per questo motivo mette le mani avanti, prospetta uno stallo e delle difficoltà enormi, afferma che la soluzione non verrà dall’oggi al domani, l’America è finalmente pronta, ma da solo un presidente non può nulla, tutti noi dobbiamo sforzarci per cambiare e se si agirà di conseguenza allora non tutti i problemi potranno essere risolti ma si otterranno risultati significativi.
C’è spazio infine per la telefonata di rito da parte di Mccain e la promessa che non verrà meno la collaborazione fra i due partiti, è per questo che Obama afferma di essere il Presidente di tutti gli americani anche di chi non l’ha votato. La sfida si conclude 364-162 a favore del senatore dell’Illinois, la sfida globale lanciata però è appena iniziata.
Si giustificano così i boati e gli applausi a Phoenix nel quartier generale dei repubblicani dove i sostenitori del binomio conservatore Mccain-Palin accolgono la conquista della Georgia e del Kentucky. La festa dura poco però arrivano infatti le notizie che i democratici(che stavano deprimendosi dopo delle proiezioni iniziali con parziale negativo)attendevano che risollevano le speranze al popolo che chiede di cambiare. Iowa, Illiois, Wisconsin diventano blu nei mega-schermi, sono assegnate ad Obama, poco dopo c'è il colpo del k.o e che ferma l'allestimento del palco per festeggiare un eventuale vittoria di Mccain, il "Combattente" sperava e ci credeva come il 'popolo rosso' accorso in massa ad ogni suo meeting durante tutta la campagna elettorale.
Il fatidico colpo basso, che fa pensare subito alla cavalcata di Obama verso la Sala Ovale, arriva dall'Ohio, è in questo Stato da cui deve passare il futuro inquilino della Casa Bianca, brutte notizie per Mccain, mai nessun candidato nella storia è diventato presidente senza l'Ohio. Non è solo una questione scaramantica, sono altri 20 Grandi Elettori che vengono assegnati al Senatore dell’Illinois dei 270 necessari per essere proclamato 44-esimo presidente della storia. In rapida successione con l’avanzamento percentuale delle schede scrutinate inizia a delinearsi sempre piu chiaramente il destino degli stati chiave ai fini dell’esito finale, permettendo da prima di fare proiezioni sempre piu veritiere e poi di poter assegnare tali stati e relativi Grandi Elettori, sono rispettivamente Florida, Virginia, Iowa, Indiana e Pennsylvania. Ed è quest’ultimo Stato che merita un approfondimento sul clima elettorale vissuto in queste ultime bollenti settimane di campagna nonché delle feroci polemiche che si sono scatenate, per far proprio questo particolare Stato che porta si in dote 21 Grandi Elettori ma che ha in nuce dei valori specifici che vanno aldilà dei semplici consensi. La Pennsylvania stato in bilico nei sondaggi ha quel valore aggiunto che darà un significato diverso a seconda di chi riuscirà ad accaparrarselo, è uno stato dove l’elettore medio è l’operaio bianco, è qui dove con maggiore insistenza ha puntato Mccain e dove alle Primarie Democratiche Obama era arrivato addirittura terzo per i consensi dietro Hillary Clinton e John Edwards, i repubblicani hanno usato ogni mezzo per catalizzare i consensi democratici andati alla Clinton ed è quindi questo successo dei blu a sconfessare le ipotesi della prima ora che volevano una fuga di consensi a favore dell’Elefante dovuto allo scontro troppo forte e prolungato fra i due candidati democratici. Obama ha conquistato anche i sostenitori di Hillary come i Latinos e piu in generale del voto cattolico favorito da una posizione netta nei confronti dei matrimoni gay.
Barack Obama a metà delle operazioni di scrutinio negli stati centrali è già saldamente in testa, raggiunge i 195 Grandi Elettori già assegnatili e non siamo ancora giunti alla West Cost, tradizionalmente democratica. Ma è noto come delle fughe che possono apparire irresistibili possano fermarsi ad un passo dal traguardo. I pronostici della vigilia non erano mai stati così incerti tranne del dichiarare possibile vincitore Obama, il range però della casistica variava dalla vittoria sul filo di lana di Mccain alla vittoria a valanga del Senatore dell’Illinois.
Dal Texas passa la risposta alle domande che entrambi gli sfidanti si pongono, e ne determina la consistenza dell’azione. Qui dove ci si attende una facile vittoria dei repubblicani(siamo in casa Bush), Mccain strappa un 55%, un dato eloquente che ridisegna i scenari, la valanga c’è ed è storica.
Infatti New Mexico, Colorado e Nevada vedono imporsi i democratici ed è a questo punto che sugli schermi di tutte le emittenti statunitensi e internazionale che seguono la sfida presidenziale appare l’annuncio, Barack Hussein Obama è il nuovo presidente eletto degli Stati Uniti d’America. In via ufficiosa ovviamente, manca ancora poco per raggiungere i fatidici 270 Grandi Elettori, viene dichiarato presidente in virtu’ delle proiezioni secondo che lo vedrebbero eletto nella costa ovest tradizionalmente favorevole al Partito Democratico, sono circa le ore 22 (4 italiane), la tensione si allenta, ora la vittoria è certa, basta solo attendere, per l’ufficialità dell’evento, i risultati della California, Oregon, Washington, Hawaii.
Un’ora dopo le prime proiezioni su tali stati sembrano confermare le ipotesi, a Chicago come nel resto degli USA e nei cuori di tutti i Democratici del mondo si sprigiona una gioia indescrivibile. Second City per una notte è al centro dell’attenzione come ai tempi di Micheal Jordan coi Bulls viene da pensare ma no, non è così, stanotte si è accesa una fiamma qui nella Città del Vento, che non si spegnerà e sarà destinata ad illuminare ed indicare la via ad una grande nazione come gli Stati Uniti, sarebbe però limitativo pensare che ciò non influirà e che non produrrà deflagrazioni democratiche in tutto il mondo, animate non solo dalla speranza che in futuro le cose possano migliorare ma dal fatto che esiste ed è sempre esistita una tradizione politica che si basa sulla semplice idea che condividiamo interessi comuni e che quello che ci unisce è piu’ grande di quello che ci divide.
La consapevolezza che siamo sulla stessa barca, che saliamo e cadiamo insieme, che non esistono interessi particolari piu importanti degli interessi globali.
Ed è a mezzanotte che a Chicago, davanti ad una folla oceanica, Obama tiene il suo primo discorso da Neo - Presidente Eletto, e, come sempre, le sue parole sono di ringraziamento ai suoi cari, al suo popolo che lo ha eletto, è chiamato ad affrontare la situazione economica piu’ grave dal dopoguerra, una situazione sociale, ambientale oltre che energetica e demografica(sulla quale ha meno poteri del Papa ahinoi) senza precedenti.
Per questo motivo mette le mani avanti, prospetta uno stallo e delle difficoltà enormi, afferma che la soluzione non verrà dall’oggi al domani, l’America è finalmente pronta, ma da solo un presidente non può nulla, tutti noi dobbiamo sforzarci per cambiare e se si agirà di conseguenza allora non tutti i problemi potranno essere risolti ma si otterranno risultati significativi.
C’è spazio infine per la telefonata di rito da parte di Mccain e la promessa che non verrà meno la collaborazione fra i due partiti, è per questo che Obama afferma di essere il Presidente di tutti gli americani anche di chi non l’ha votato. La sfida si conclude 364-162 a favore del senatore dell’Illinois, la sfida globale lanciata però è appena iniziata.
lunedì 3 novembre 2008
L’OBAMA NIGHT – LA LUNGA NOTTE CHE CAMBIERÀ IL MONDO
Nell'estate del 1989 a Chicago la giovane Michelle, allora aveva 25 anni, lavorava allo studio legale Sidley & Austin di Chicago. Ma quell'estate arrivò allo studio un giovane neo-laureato di Harvard, certo Barack Obama, Michelle venne incaricata di occuparsi del nuovo arrivato e di introdurlo all'attività dello studio. «Mi aspettavo il solito intellettuale che arriva da Harvard, ed ero certa che non mi sarebbe piaciuto», ha ammesso Michelle. E così fu: quando Barack, poche settimane dopo essere arrivato a Chicago, le chiese un appuntamento, lei rispose «no, grazie». Lui, Barack Obama, non ha mai fatto mistero di esserci rimasto male.Parecchio tempo dopo, accettò il suo invito di andare ad assistere ad uno degli incontri con la comunità afroamericana che lui teneva alla periferia di Chicago. Fu in quell'occasione che rimase colpita «dal modo che lui aveva di parlare a quella gente. Ci metteva una tale passione e nello stesso tempo sapeva essere così chiaro». Decise di accettare un primo appuntamento.
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